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OK. Questo racconto è angosciante XD
Nel senso che persino io faccio fatica a rileggerlo senza che mi salga un moto di angoscia… non so perché l’ho scritto, mi è uscito così, in una notte di parecchi anni fa.
Di norma odio le cose scritte al presente, ma ho voluto fare un esperimento e mi sembrava che fosse una forma adeguata alla narrazione visto che viene vissuta tutta in tempo reale, non aggiungo altro se non che il personaggio di Alex è una figura onnipresente nei miei scritti, in varie forme, varie età e ruoli diversi, ma ritorna sempre con le stesse caratteristiche: capelli nero notte e occhi verdi… e stranamente assomiglia al mio fidanzato XD
Be’ detto questo buona lettura e buon tormento interiore XD
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Prematuro tramonto
Julia guarda fuori dalla finestra, il sole sta già tramontando e il cielo è sfumato di arancio. Nella stanza la luce continua a diminuire, ma non ha ancora voglia di accendere la lampada, quella sul comodino accanto al letto, quella col paralume bianco a fiori, è vicino al telefono e alla sveglia, la sveglia odiosa che fa quel suono stridulo ogni mattina.
Lei è seduta alla scrivania di fronte alla finestra, sul ripiano ci sono alcuni libri e il suo diario aperto. Julia ha in mano una biro e se la arrotola distrattamente tra i capelli castani, riflessati di bronzo, lunghi fino a metà schiena, adesso li ha raccolti con delle mollette, ma un ciuffo le ricade da un lato lungo la spalla scoperta, è estate, fa caldo e lei si è messa una maglietta senza maniche, è rosa, con sopra un gatto bianco dagli occhi verde brillante.
Quella mattina aveva pensato che fosse carina abbinata ai calzoncini di jeans, quelli tutti sfilacciati e smunti.
Adesso pensa solo a guardare fuori le nuvole e ad arrotolarsi la biro fra i capelli. Ma è impossibile non sentire quello sguardo tanto intenso su di lei, a volte le dà l’impressione di poterle vedere attraverso i vestiti.
Si dà una scossa e si stringe nelle braccia, ma non parla.
Sono già passati forse dieci minuti, a lei sembrano ore, ma non riesce a rispondere e inizia a fissare a testa in giù il gatto bianco sulla sua maglietta.
E Alex non dice niente, ha già fatto la sua domanda.
Lui sta seduto sul letto, il silenzio è talmente profondo da stordirli.
Alla fine Julia si decide e lo guarda negli occhi, che sono come quelli del gatto, verdi, screziati d’ambra, a volte le danno i brividi, lui ha inclinato la testa verso il basso, come fa sempre, e i capelli, più lunghi sul davanti, gli scendono divisi in due sulla fronte, mettendola in ombra, fondendo il buio che pian piano avanza con sé stessi, di un nero lucente, e lei si ritrova a pensare chissà, si sarà messo il gel, o forse sono così di natura, ma è solo un modo per non pensare a quello che ha detto.
Lui ricambia lo sguardo, non ha nessun problema a sostenere i suoi occhi nocciola, così indifesi.
Julia si sente strana, come in una competizione, la gara a chi arrossisce per primo, vuole vedere se sarà lui quello che sta volta distoglierà lo sguardo, è un gioco carino, pensa, soprattutto quando sai di poter vincere.
Ma alla fine è lei quella che si arrende e spazia per la stanza sfiorando con lo sguardo il letto con il copriletto giallo ricamato, la porta chiusa con attaccato un appendiabiti di legno con sopra il suo nome, l’armadio bianco laccato, profilato di verde chiaro, fino a tornare alla scrivania.
Non vede più Alex, ma lo sente respirare anche da lì, appena appena, così come sente i battiti del suo cuore, così come è possibile solo in un silenzio assoluto.
Ma la finestra è aperta, e da fuori arriva ogni tanto qualche rumore lontano, tutte cose che lei ignora, non hanno importanza, adesso.
Poi, ad un tratto, lui si alza e va verso di lei.
Julia sente i battiti accelerare, è una cosa più forte di lei.
Alex afferra la sedia e la fa ruotare verso di sé, resta così, con le mani appoggiate ai braccioli. Vorrebbe dirle qualcosa, ma non sa cosa.
Contemporaneamente, senza neppure farlo apposta, si ritrovano tutti e due a fissare il telefono muto.
In casa non c’è nessun altro, quindi se squilla uno dei due dovrà rispondere.
Alex è arrivato dieci minuti prima e da allora ha detto solo una cosa: “Hanno già chiamato?”
Adesso la sta di nuovo fissando, è troppo vicino.
Julia si decide e si alza dalla sedia, lui si sposta in ritardo, così che per un attimo si sfiorano, lei sente il cotone leggero della sua maglietta bianca e azzurra, sulle braccia, sente appena il suo profumo, forse lo shampoo, Julia tiene gli occhi bassi durante il passaggio mentre la mano di lui si stacca dalla sedia sfiorandole la gamba.
In quel momento la biro cade dalla sua mano inerte e lei si ferma intorpidita, è come se il tempo avesse rallentato.
Lui si china a raccogliere quello che le è caduto, senza che nessuno dei due si sposti, poi appoggia la biro sulla scrivania, anche se davanti c’è Julia.
Lei pensa, se fossi uno spettro mi passerebbe attraverso, e quell’idea la fa rabbrividire o forse è solo la dolce pressione della spalla e dell’anca di lui.
Alex non si discosta subito, resta un istante a fissare il diario, a leggere quello che Julia ha scritto.
“6 luglio. Oggi alle quattro” e poi più niente.
Si stacca da lei, e come per un tacito accordo vanno a sedersi, sul letto, accanto al telefono.
Il telefono è muto.
La mano di lui cerca la sua, lei gliela stringe. Sa che non è giusto, ma non può farne a meno. È una cosa orribile quello che sta facendo e anche lui lo sa, infatti distoglie lo sguardo.
Non è giusto, non doveva succedere proprio adesso, non è leale così.
Lei si odia, ma pian piano appoggia la testa sulla sua spalla e lui non si sottrae e quasi si sente un vigliacco e vorrebbe morire in quel momento, se non fosse per lei.
Julia si morde il labbro perché sta di nuovo per piangere e non vuole, fa un profondo sospiro e stringe più forte la mano di lui, pensa che Alex dovrebbe stare molto peggio.
Pensa che oggi erano tutti e cinque insieme al parco. Lei, Alex, Erika con sua sorella più grande e il suo ragazzo. Pensa che lei, Alex e Erika hanno solo sedici anni. Pensa che…
Alex le accarezza i capelli e il viso e scende dalla spalla per tutta la lunghezza del braccio, poi intreccia le dita con le sue, ma è solo un gesto inconsistente, perché anche se è la prima volta che stanno davvero così vicini, lui ha solo paura.
E allora il pensiero di Julia si fa più forte, pensa che lei e Erika sono amiche, pensa che Alex e Erika stanno insieme, pensa che avrebbero dovuto dirglielo da molto tempo e pensa che non ha nessun diritto di esser lì con lui in quel momento.
E invece le loro teste quasi si sfiorano, e lui sa benissimo di non poterlo fare, ma la abbraccia, appoggiandole il mento sopra la spalla, perché ormai è quello l’unico modo per tenere lontane le loro labbra. E se adesso il telefono squilla, allora possono dannarsi per sempre.
E adesso Julia desidera solo di essere stata al posto di Erika quel pomeriggio alle quattro, di aver attraversato di corsa la strada e poi essersi ricordata della borsetta sulla panchina e avere deciso di tornare indietro a metà, sempre di corsa, troppo preoccupata per il portafogli per rendersi conto di quello che succedeva. E non sa che lui desidera la stessa cosa, solo che lui non ha una borsetta, e si domanda come fa un autista ad essere ubriaco alle quattro del pomeriggio, ma questo non vuol dire che lui, adesso, può abbracciarla in questo modo e passarla liscia, perché come al solito le cose si spingono sempre troppo oltre finché non si arriva al punto di rottura.
Julia lentamente si stacca da lui e torna a sedere con le mani sulle ginocchia, le nocche bianche.
Avrebbe dovuto restare in ospedale, glielo doveva. Erano corsi subito tutti e quattro, e la sorella di Erika era in lacrime e Julia era sconvolta e pallida, e poi loro non erano parenti, così alla fine Alex l’aveva accompagnata a casa.
Era tornato indietro ancora una volta, per vedere come stava sì, ma anche perché la situazione in casa di Julia era diventata insostenibile e aveva bisogno d’aria. Era stato all’ospedale solo alcuni istanti per sentirsi dire, niente notizie, e poi era rimasto fuori ancora un po’.
Adesso è tornato solo per aspettare con lei quella telefonata, almeno fino alle otto, fino a quando non fosse tornata sua madre dal lavoro. Poi lui se ne sarebbe andato e la notte sarebbe stata un incubo.
Julia si chiede se non sarebbe stato meglio rinunciare a quel sentimento disperato, che dipende soprattutto da lei, in fondo. Sarebbe bastato che lei si fosse ritratta quella sera, sulla strada, a metà tra la casa di Erika e casa sua.
Perché, anche se lui si era offerto di accompagnarla a casa dopo che erano stati tutta la sera da Erika a finire quella maledetta ricerca di scienze, anche se non avevano fatto che fissarsi per tutta la sera e lui scherzava quando la sfiorava per caso, o la prendeva in giro, o le faceva il solletico, o la prendeva in braccio per poi buttarla sul materasso e tempestarla di cuscini, perché lo faceva anche con Erika e ridevano tutti e tre, Erika era una sua amica e non doveva succedere.
Lui lo sapeva, l’aveva capito, e se solo lei si fosse ritratta, tutto sarebbe finito lì. E invece lei aveva perso quel bottone della camicia a quadretti rossi e bianchi, e che diavolo le importava di quel bottone? Ne avrebbe trovati a decine uguali in qualsiasi negozio, e invece lei doveva perderlo proprio lì vicino al muretto che guardava sul parco e doveva proprio mettersi a cercarlo per farsi dare della cretina da Alex che però guardava anche lui per terra e alla fine il bottone non si trovava e lui che continuava a prenderla in giro e Julia che non ce la faceva più e voleva dargli una lezione perché non si trattavano così le ragazze e fingeva di picchiarlo e ridevano e poi lui per scherzo che la afferrava per i polsi, i loro occhi che si incontravano e all’improvviso non c’era più così tanta voglia di scherzare.
Lei avrebbe dovuto ritrarsi e invece era rimasta lì quando lui si era fatto sempre più vicino e la distanza fra di loro si era ridotta fino ad annullarsi nello spazio di un bacio.
Questo era successo quasi due mesi prima.
Alex si illude di avere il senso di colpa più forte. È lui quello che ha tradito, è lui quello che durante tutto quel tempo non ha avuto il coraggio di dire a Erika la verità.
Ma a certe cose non ci pensi finché la tua ragazza non finisce sotto una macchina guidata da un ubriaco alle quattro del pomeriggio e si ritrova in camera di rianimazione o forse in sala operatoria e tu sei lì che aspetti e speri che quel dannato telefono non squilli mai.
Perché in fondo la colpa non poteva essere che sua. Era lui che aveva fatto il primo passo con Julia, sì, se n’era pentito subito, e per i due mesi successivi aveva fatto il possibile per cancellare quell’episodio. Solo che non era possibile.
Erika era super impegnata con la scuola ed erano troppo pochi i momenti che avevano per chiarirsi, troppe le occasioni in cui Alex e Julia rimanevano soli.
E Alex semplicemente non ce l’aveva fatta. Non poteva lasciar perdere Julia, ma non aveva il coraggio di ferire Erika. Erano prima di tutto due amiche, sue amiche. Non sa se adesso basti dirlo, ma lui vuole bene a Erika, gliene ha sempre voluto, solo si è reso conto che tutto si esaurisce lì, e vorrebbe sprofondare per quello che prova per Julia.
Julia si alza di nuovo e torna alla scrivania.
Alex la segue con lo sguardo mentre prende in mano la biro e dopo lunghi istanti la lascia ricadere. A che scopo scrivere una qualunque cosa? Sarebbe solo crudele.
Ed è così che Alex si sente: crudele. Perché se il telefono squillasse, cambierebbe tutto, sarebbe tutto più facile, loro due sarebbero giustificati dal dolore, ma non c’è niente di giusto in questo.
Ad un tratto Alex pensa che non abbia senso restare lì, che Erika, forse, ha ancora bisogno di lui. Fa per uscire, ma si ferma, non può lasciare Julia in quello stato. Così resta in piedi e la fissa, fissa il suo sguardo sofferente, le sopracciglia contratte in una piccola, inconsapevole ruga. E vorrebbe chiederle di tornare all’ospedale con lui, e lei vorrebbe che glielo chiedesse, ma alla fine lui non lo fa, non ne ha la forza, e torna a sedersi. Riesce quasi a pensare che sia meglio così e che Erika sarebbe più felice non sapendo niente, ma questa è una consolazione scarna che presuppone una condizione tanto terribile da non poter essere neppure considerata.
E Julia lo guarda e combatte l’impulso di tornare da lui, ma forse non c’è niente di male a sedersi vicino al telefono.
Il telefono.
Silenzio.
Fuori si è fatto ancora più buio, Julia riesce a malapena a distinguere le sette e mezza sulla sveglia. Non dovrebbe far buio tanto presto in luglio, ma dalla finestra entra un soffio di vento che porta odore di umidità, sta per piovere, ci sono nuvole nere, fa più freddo.
Julia rabbrividisce e Alex la cinge con un braccio, solo per scaldarla un po’, e appoggia la fronte contro la sua e questa volta Julia crede di non farcela a trattenere le lacrime e stringe con forza la stoffa della maglietta di Alex, proprio dove c’è il suo cuore, che sembra fare male solo per quella stretta, e questa volta è Alex che piange in silenzio, trattenendo brevi singhiozzi, gli occhi chiusi, la testa bassa, e adesso anche Julia vorrebbe farlo, solo che non è ancora il momento, perché sta ancora aspettando il telefono…
Lo squillo si fa sentire freddo a acuto, riecheggia fin nelle viscere e li fa trasalire come il tocco gelido di uno spettro.
Julia risponde lentamente, dicendo solo “Pronto”, resta in silenzio, in ascolto qualche secondo, stringendo la cornetta, e poi balbetta un “Ciao”.
Le lacrime iniziano a scenderle brucianti mentre ancora sta per riattaccare. Per qualche istante guarda nel vuoto, non dice nulla.
Alex ha già capito, all’inizio non la sfiora, adesso sarebbe un sacrilegio, ma poi lei si volta, e alla fine lo deve dire.
Lui la stringe tra le braccia mentre fuori inizia a piovere forte.
Qui torniamo in ambiente futuristico, fantascientifico – antropologico (ma esiste? XD)
Questo racconto ovviamente fa emergere il mio amore per i giapponesi *.* e tocca un tema alquanto delicato, quello della segregazione razziale e dell’ingegneria genetica (eh eh ogni tanto pure io parlo di cose serie e profonde u.u).
Ho presentato uno scenario leggermente inquietante di un mondo futuro che ha ceduto alla scienza dimenticandosi della sua umanità, la speranza di riscatto è un filo sottile legato alla semplicità dell’animo dei due protagonisti che sanno trovare il bello anche in un mondo malato e freddo.
Insomma spero di trasmettere qualcosa con questo racconto e spero di non offendere nessuno, se così fosse vi assicuro che non era mia intenzione, ho un approccio piuttosto distaccato e diciamo pragmatico rispetto a queste cose che può essere frainteso xD
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9/01/00
Hiroshi
Questa mattina ho quasi perso un braccio solo per vedere il cielo.
Tutta colpa di quei robot ricognitori: non solo sono sensibili ai rumori e al movimento, i nuovi modelli perfezionati registrano anche il calore corporeo, i battiti cardiaci, le frequenze respiratorie… presto saranno anche in grado di leggere il DNA a duecento metri di distanza?
Fatto sta che li hanno piazzati all’imbocco del tunnel e tutto attorno al perimetro: io volevo solo dare un’occhiata in alto e quell’ammasso di ferraglia mi ha sparato addosso.
Ho perso molto sangue, ma era solo un colpo di striscio e me la caverò con una bella cicatrice. Ma il messaggio è stato più che chiaro: nessuno esce dal ghetto, chiunque sia. Purtroppo non hanno ancora inventato dei robot che riconoscano le qualifiche professionali; anche se non è il mio campo, potrei sempre proporlo alla prossima conferenza dell’Unione, almeno gli scienziati potranno ossigenarsi meglio il cervello.
Hiroshi comunque si è arrabbiato molto e ha detto di non rifare più una sciocchezza del genere. Io non sono dove dovrei essere e se qualcuno mi trova, tutti quelli che mi hanno protetta passeranno dei guai grossi.
E non voglio neppure pensare cosa farebbero a Hiroshi se scoprissero…
Il problema è il colore della mia pelle.
Io sono bianca, pura razza bianca frutto di infinite ricerche genetiche e manipolazioni di DNA e naturalmente nata in una provetta, uno di quei fragili contenitori di vetro passata fra le mani di chissà quanti scienziati, identica a quelle che io ho maneggiato per tutta la mia vita (vita che ammonta a quasi ventidue anni). Secondo gli esperti io sarei uno dei tanti “perfetti” che hanno potere e importanza in questo mondo, nata da una brillante idea del primo Generale Supremo dell’Unione.
L’Unione è una specie di federazione costituita dagli Stati che sono rimasti interi dopo la guerra atomica, sì, perché gli altri sono stati letteralmente polverizzati.
Adesso c’è molto più mare attorno a noi, una sconfinata distesa di acqua morta; in compenso, non ci sono quasi più alberi e un numero incalcolabile di specie animali. Alcune razze sono sopravvissute, purtroppo la maggior parte è costituita da uomini.
Alla fine della guerra, tra le macerie, quando le lacrime si sono esaurite, è arrivata feroce la rabbia, come uno sciacallo, (uno dei pochi animali che si può ancora trovare da qualche parte) e nella disperazione si è cercato di attribuire colpe all’uno o all’altro Paese, all’una o all’altra razza.
I vincitori erano stati i bianchi, non si sa se perché avessero armi più potenti o solo per fortuna, e tra loro un militare, appoggiato dalle sue truppe, ha preso il comando nominandosi Generale Supremo, ha fondato l’Unione assoggettando i cittadini a una dittatura militare. Il suo punto di forza sono state le idee rivoluzionare tese a eliminare prima i soggetti scomodi e potenzialmente pericolosi, e poi le caratteristiche umane considerate nocive.
Questo è successo settant’anni fa.
Oggi quelle idee sono diventate la normalità.
Sono stati costruiti laboratori genetici sempre più sofisticati che si occupano di produrre individui “perfetti” in serie. Io ho lavorato lì da quando avevo quattordici anni e da allora i progressi sono stati sempre più veloci, troppo veloci. Si prevede, per la fine del millennio, di eliminare definitivamente ogni altra razza.
Sono stati presi alcuni geni dalla razza nera, altri da quella gialla e sono stati combinati con il DNA bianco. Semplice: si ottengono uomini belli, intelligenti e fisicamente forti. Non è come un sogno diventato realtà?
Peccato che ai superstiti delle altre razze non sia più permesso avere figli e che quelli oppostisi (ma anche quelli no) siano stati rinchiusi in questi enormi bunker che non sono altro che ghetti semi-sotterranei.
Hiroshi è giapponese.
Anche se il Giappone ora non esiste più, la sua famiglia è riuscita ad andare avanti fino ad oggi.
Ci è riuscita solo perché per molto tempo si è lavorato sulla purificazione delle razze, ossia controllare che le nascite avvenissero all’interno dello stesso ceppo per poter avere dei geni stabili su cui lavorare.
L’incontro tra razze diverse significherebbe inquinare il codice genetico e provocare gravi danni alla ricerca scientifica, perciò un reato del genere è punito con la morte. I colpevoli vengono bruciati vivi, proprio come si faceva millenni fa con gli eretici.
Con questo sistema alcune etnie si sono salvate, anche se relegate in zone sorvegliate e protette: i bianchi nordeuropei, i neri centroafricani, i papua oceanici, i cinesi, i giapponesi, e gli arabi solo a titolo di studio. È stato facile ricavare poi da ognuno le caratteristiche migliori da attribuire al nuovo genere umano.
Io sono nata e cresciuta in questa situazione e non avevo mai capito niente finché non ho conosciuto Hiroshi.
Sono specializzata nello studio delle etnie dell’estremo oriente (che adesso rientra tra le così dette “Nazioni morte”) e ne sono sempre stata affascinata, perciò, ero soddisfatta della professione che era stata scelta per me, ma è normale dal momento che è inserito nei miei geni!
Grazie alla mia posizione, lavoravo in uno dei più importanti laboratori dell’Unione, nella Nuova Europa (che poco conserva della vecchia) che ora è un’isola più decentrata verso est, ed è la stessa regione in cui risiede il Generale Supremo.
Hiroshi ha ventitré anni, era uno dei soggetti che stavamo studiando, la sua era una delle famiglie più controllate perché nel suo albero genealogico c’erano molti fisici, ingegneri elettronici e ricercatori e non erano riscontrate malattie o disfunzioni ereditarie, quindi il suo materiale sarebbe stato molto prezioso.
Un giorno, durante uno dei test, mentre eravamo soli in laboratorio, mi chiese se avessi visto il cielo.
Io scoppiai a ridere. Certo che l’avevo visto! Era tutto sopra di noi, dietro alle nubi tossiche, era sempre lì e sempre uguale; venendo al lavoro era inevitabile che lo vedessi e non riuscivo a capire che importanza potesse avere.
Hiroshi mi disse che non lo vedeva da quando aveva visto me l’ultima volta, perché dai ghetti non si poteva uscire e l’unico modo che aveva di vedere il cielo era durante il viaggio che lo portava da me.
Non riuscivo a rendermi conto del perché ci tenesse tanto a vedere quella cosa grigiastra tanto monotona, ma da quel giorno non ho fatto che ripensarci e ogni volta che da casa andavo al lavoro non potevo fare a meno di guardare in alto.
Era sempre così deprimente e pieno di nuvole velenose e avevo sempre creduto che fosse una fortuna non doverlo vedere ogni giorno.
Perché Hiroshi lo trovava tanto bello?
Un giorno mi decisi e glielo chiesi.
Lui mi rispose che lo faceva sentire un po’ più libero.
E di nuovo io non capii.
Io non capivo a cosa servisse la libertà, mi era sempre sembrato normale non averla: la libertà non era altro che il vagabondaggio di animali randagi che cercano cibo tra le macerie, l’avevo sempre collegata a quell’immagine.
Hiroshi mi raccontò che qualche volta, se guardi il cielo con attenzione, finché gli occhi non ti fanno male, riesci addirittura a vedere delle macchioline di azzurro e allora sembra quasi più profondo e più infinito ed è tanto bello perché fa anche un po’ paura.
L’unica cosa di cui avevo paura io, erano i cancri e le malattie incurabili, eppure non ci avevo mai trovato niente di bello.
Io vivevo in modo normale, schematico, facendo tutto quello che era previsto dal Codice. Anche nei ghetti era tutto programmato: le professioni erano decise in base alle caratteristiche genetiche, anche se le differenze fra i tipi di occupazione erano spesso marginali; essendo tutto automatizzato, i lavori fisici erano ridotti al minimo, quindi si considerava principalmente la propensione per l’uno o l’altro campo.
Nel ghetto di Hiroshi erano tutti giapponesi puri, c’erano alcuni scienziati e molti soggetti di studio, ma la maggioranza era addetta alla supervisione delle macchine: tutto il resto era fatto dai robot.
Nonostante i controlli fossero rigorosi, era concesso conservare alcune antiche tradizioni della loro popolazione al fine di valutarne l’impatto sullo sviluppo delle facoltà mentali: erano molte le attività fisiche e intellettuali approvate e regolamentate dall’Unione che favorivano l’attività celebrale.
Hiroshi avrebbe dovuto essere felice di vivere in quel sistema così efficiente, eppure non lo era.
Mi disse di aver avuto un amico, suo coetaneo, quando era bambino, sotto osservazione come lui, per una anomalia genetica il suo codice era risultato alterato e impuro, quindi era stato allontanato dagli altri insieme ai suoi genitori, catalogato come materiale scadente.
Quelli come lui erano messi a vivere nei ghetti misti dove convivevano gli appartenenti a razze non pure, sfuggite al controllo genetico, (scarti di laboratorio): non avevano una regolamentazione ed erano abbandonati a se stessi, nella speranza che si estinguessero da soli, controllandoli soltanto attraverso un censimento periodico.
Mi chiese se c’ero mai stata. Risposi che era materiale inservibile e sarebbe stata una perdita di tempo.
Lui mi guardò cono un briciolo di delusione in fondo agli occhi, disse che anche quei soggetti erano persone come noi, e gli sarebbe piaciuto andare a vivere lì dove la gente era un po’ più libera.
Hiroshi era un elemento troppo prezioso per la ricerca: la sua purezza era praticamente perfetta, risultato di anni e anni di sperimentazioni, e perdere uno come lui sarebbe stato un danno inestimabile.
Sembrava proprio che fossero stati eliminati tutti i caratteri recessivi dal suo DNA, grazie a lui si sarebbe potuto fare un enorme passo avanti per ricavare materiale stabile da impiegare nella produzione di nuovi soggetti “più che perfetti”.
Io non capivo la sua voglia di libertà e lui non capiva il mio entusiasmo nello studiarlo.
Allora lui mi fece una domanda che non dimenticherò mai: mi chiese se avremmo potuto guardare il cielo insieme.
Io rimasi disorientata: mi stava facendo la richiesta più semplice di questo mondo, era una cosa da niente, eppure io non potevo soddisfarla. Non ne avevo la facoltà.
Insomma, potevo avere tutto quello che mi serviva e forse anche di più, eppure non potevo portare Hiroshi fuori dal laboratorio, vederlo più felice: non ero autorizzata.
Per fare una cosa del genere avrei dovuto chiedere il permesso alle autorità superiori, e sapevo per certo che non me l’avrebbero mai concesso perché era una richiesta insensata.
Non potevo nonostante lo volessi.
Hiroshi si rese conto del mio smarrimento, si accorse che stavo cominciando a capire. Mi chiese se sapevo cosa succedeva quando dai censimenti nei ghetti misti si scopriva che dei figli erano nati senza autorizzazione.
Non lo sapevo, non l’avevo mai neppure considerato: perché qualcuno avrebbe dovuto dare alla luce degli impuri?
Lui disse che se venivano scoperti, sia i genitori che i figli venivano condannati a morte, e la loro unica colpa era stata amare.
Ma io sapevo cosa significasse amare? Era un’altra delle cose che non potevo conoscere.
Avevo una madre che non ho mai conosciuto, ma ho anche un padre a differenza di molti altri “perfetti” e ho sempre provato affetto per lui, naturalmente, ma un affetto distaccato e indifferente.
Io sono stata destinata alla scienza, so che il mio materiale genetico è prezioso forse più di quello di Hiroshi perché è dalla pura razza bianca che si ricaveranno i “più che perfetti”; perciò sarei dovuta restare per tutta la vita in laboratorio e forse i miei geni sarebbero stati usati per un embrione da impiantare in una delle donne meno pure di me destinate a portare avanti le gravidanze.
Ma che senso aveva questa ricerca frenetica?
Cosa avevamo di sbagliato io e Hiroshi perché in futuro non ci starebbe stato più nessuno simile a noi?
E perché non potevamo guardare insieme il cielo?
Più lo conoscevo e più mi rendevo conto che era una persona speciale.
Io e lui eravamo diversi, estremamente diversi ma per un unico semplice motivo: lui era vivo perché aveva dei desideri.
Io fino a poco tempo prima non sapevo neppure cosa significasse. Quello che stavano cercando di ottenere con quelle inutili ricerche era creare tanti individui tutti uguali, senza volontà, sempre più simili ai robot che avevano costruito, e anch’io ero così: un corpo completamente vuoto.
Finalmente avevo capito, mi era bastato guardare il cielo.
Poi, un giorno, Hiroshi mi chiese di scappare con lui.
Andare via, mollare tutto per cercare un luogo di cui ovunque nei ghetti si parlava: una terra al di fuori dei confini dell’Unione, al di là del mare, sfuggita al controllo razziale dove le persone erano davvero libere.
Per conoscere le coordinate, la posizione esatta, si sarebbe dovuti passare per uno dei ghetti misti di razza gialla della nostra regione, vicino alla costa, a due ore da dove ci trovavamo ora, lì qualcuno stava già organizzando un piano per la grande fuga.
Senza noi due, la ricerca genetica avrebbe senz’altro fatto un passo indietro di quindici anni, ma non era sufficiente, non potevo permettere che le cose continuassero ad andare avanti.
Allora presi la mia decisione.
Eravamo alle porte della conferenza scientifica semestrale e con il pretesto di dover ultimare la mia relazione, ottenni il permesso di trattenermi nel laboratorio con Hiroshi oltre l’orario normale.
Di notte la sorveglianza era dimezzata per via del coprifuoco, con la mia tessera magnetica potevo disattivare i robot ricognitori e uscire dall’area con uno dei mezzi di servizio.
Ma prima di ogni altra cosa distrussi tutto il mio archivio, il risultato di otto lunghi anni di studi.
Lasciare il laboratorio fu semplice, infondo i robot non erano che macchine impotenti. E un mezzo con il nome del laboratorio non destava sospetti.
Il viaggio fu lungo e silenzioso. Nessuno dei due riuscì a dire niente.
Abbandonammo il mezzo a tre o quattrocento metri dal bunker e proseguimmo a piedi attraverso l’arida campagna.
Tutto attorno a noi non c’era niente e nessuno, ma i ricognitori erano appostati attorno al bunker-ghetto.
Mentre eravamo ancora lontani, in mezzo al niente, Hiroshi mi fermò.
Adesso potevamo guardare insieme il cielo, anche se era buio e tutto nero, se non c’erano né luna né stelle, ma guardando con attenzione si riusciva a vedere qualche piccola macchiolina di blu.
E fu così, mentre stavo con lo sguardo perso verso l’alto che Hiroshi mi baciò per la prima volta, e fu allora che capii che stavo facendo la cosa giusta.
Il ghetto aveva un secondo accesso sul lato posteriore per l’espulsione dei rifiuti e degli scarti di lavorazione. C’era già qualcuno che ci aspettava lì per farci entrare.
I robot da quel lato erano solo due del vecchio modello che rilevava il movimento e i rumori, ma non erano dotati di visione notturna ed era troppo buio perché potessero vederci.
Potevano sentire i nostri passi, ma sarebbe bastato un rumore più forte da un’altra direzione per distoglierli da noi, ed era questo il compito dell’amico di Hiroshi: alle due in punto aprì il portello per espellere dei vecchi rottami e noi dovemmo correre il più in fretta possibile verso di lui.
Uno dei robot, però, rivelò ugualmente qualcosa di anomalo e cominciò a sparare. Un colpo di rimbalzo prese Hiroshi ad una gamba, ma solo di striscio, e noi ormai eravamo dentro.
Qui dentro la vita è dura, bisogna lavorare sodo per guadagnarsi da mangiare, i viveri arrivano una volta al mese dal governo centrale, ma non sono mai sufficienti, così hanno realizzato una sorta di rozzo sistema di coltivazione su terreno biologicamente modificato, i campi sono grandi e la terra difficile e hanno bisogno di molte cure, ci sono addirittura alcuni animali da latte e da carne che vivono qua sotto come tutti, senza sole; perciò gli impuri sono considerati incivili dalle altre razze.
Io sono felice di essere qui e ho scoperto delle cose che mi erano sconosciute: la solidarietà, l’amicizia e l’amore, e non è giusto che tutto questo finisca.
Qualche volta, durante la ronda, riusciamo persino a guardare il cielo, da una piccola apertura nascosta, e in quei momenti mi sembra davvero di essere un po’ più libera.
Hiroshi dice che gli piace l’espressione serena che ho quando guardo in su e mi promette che un giorno potremo guardare sempre verso l’infinito e cercare quelle macchioline di azzurro che lo fanno sembrare tanto bello perché fa anche un po’ paura.
Per il momento siamo al sicuro, ma i vigilanti saranno sulle nostre tracce e non potremo stare nascosti ancora per molto.
Tutti si stanno organizzando per mettere fuori uso i robot di guardia e per rimediare una nave che attraversi il mare, che ci porti via verso quella terra libera.
Io non so se esista o meno, ma credo che la cosa più importante sia la nostra volontà di trovarla che ci spingerà a combattere per difendere quello che desideriamo.
Ci vorranno tempo, armi e sangue, forse addirittura una nuova guerra, altro dolore e altre macerie e purtroppo altra rabbia.
Infondo penso che il nostro mondo non sappia vivere senza la guerra, ma chissà, magari un giorno arriverà davvero una pace autentica che abbatta i rancori e i pregiudizi, quella che da sempre stiamo aspettando, in cui tutti quanti credano nella vita. E sono tanti i focolai di rivolta all’interno dell’Unione, anche se tutto viene messo a tacere.
L’unico modo per ottenere davvero individui privi di cuore è costruire dei robot senza volontà propria, ed è di questo che il Generale Supremo dovrà rendersi conto.
Non riusciranno mai a creare una razza perfettamente pura perché il sangue si mischia di nuovo come ha sempre fatto e come continuerà a fare per il resto dei giorni: è un processo naturale che nessuno potrà mai cancellare. Perché in fondo, la vita è sempre la più forte.
Oggi ho detto a Hiroshi che sono incinta.
Non avrei mai creduto che potesse succedere, ma ormai non ho più dubbi.
Lui ne è incredibilmente felice, e mi ha guardato nello stesso modo in cui guarda il cielo.
Un giorno porterò mio figlio davanti al Generale Supremo, per mostrargli qual è l’aspetto di una persona libera.
E voglio che tutti sappiano che ho inquinato una razza pura.
Voglio che tutti sappiano che il sangue del Generale Supremo che scorre nelle mie vene è stato mischiato e corrotto.
Ma soprattutto voglio che tutti sappiano che io e Hiroshi siamo felici, perché in questo modo abbiamo vissuto davvero.
Un altro racconto della serie “se non è deprimente non lo vogliamo” XD anche questo è di parecchi anni fa ma ci sono affezionata :3
Ne avevo fatta una prima versione battuta a macchina, ma era troppo crudo e impersonale e l’ho buttato dopo due pagine XD poi mi è venuto così, raccontato attraverso la voce di Hiram, e mi è sembrato più efficace ^^
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28/09/00
Angelo d’autunno
Non so chi me lo faccia fare di scrivere tutto questo, e non so a cosa mai potrà servire ricordare di nuovo questo dolore che mi distrugge in silenzio.
Ma per il momento ho solo una domanda da cui non riesco a liberarmi: perché?
È cominciato tutto all’inizio dell’autunno, nel primo semestre del mio quarto anno di liceo.
Un autunno precocemente freddo, precocemente morto.
C’era la scuola, c’era l’autunno, c’erano i problemi in casa e c’era Michelle.
Me la ricordo ancora, a metà settembre, il primo giorno che l’ho vista, nell’atrio della scuola che guardava assorta e un po’ nervosa i tabulati con gli orari delle lezioni.
Io ero in ritardo come al solito e mi cullavo beatamente negli sguardi indignati di quegli snob che costituivano il 99,9% degli studenti del liceo St. Claire mentre parlottavano fra loro della mia uniforme in disordine, con la giacca aperta e la cravatta allentata, la camicia fuori dai pantaloni per la fretta di arrivare in orario almeno il primo giorno e soprattutto dei miei capelli scompigliati e lunghi fin quasi alle spalle. Si poteva dire che facevo praticamente a pugni con la facciata per bene del rinomato liceo che accettava solo figli di persone con redditi di parecchi zeri.
Ero entrato di corsa proprio sulla seconda stridula campanella, senza avere la minima idea di quale fosse la mia prima lezione, quando l’ho vista, bella da fare male, alta e snella, i capelli color miele raccolti in una treccia da brava ragazza che le scendeva lungo la schiena, risaltando sulla giacca blu dell’uniforme; alcune ciocche le erano sfuggite sul davanti, scivolando attorno alle linee del viso, ma erano state fermate con delle mollette. Era perfettamente in ordine con la gonna grigia appena sopra il ginocchio e le calze scure, eppure in lei c’era qualcosa che la faceva sembrare diversa da tutti gli altri, forse era nei suoi occhi, occhi azzurro ghiaccio, un po’ freddi.
Mi accostai in cerca della mia classe sul tabulato e lei, a un tratto, si voltò verso di me, con un sorriso un po’ forzato, e mi chiese di indicarle l’aula di inglese.
Anch’io dovevo andare lì. Così scoprii che si era appena trasferita e che eravamo nella stessa classe.
Coincidenza.
Tese la mano e disse: “Michelle Morris.” Così, diretta, essenziale.
Io gliela strinsi con delicatezza, non so perché, ma con le ragazze si ha sempre paura di far male, e invece la sua stretta era energica, elettrica.
Le risposi: “Piacere, Hiram Nelson.” E da lì cominciò tutto.
C’era Michelle e c’erano i problemi in casa.
Mio padre era un imprenditore, non avevo mai messo il naso nei suoi affari, ma sapevo che, se aveva tante guardie del corpo, un motivo doveva esserci. Lo sentivo spesso parlare di affari, appalti o cose del genere, lo vedevo sempre nervoso e irritabile, e a volte lo odiavo.
Ho avuto molti motivi per odiarlo. Anche se fino ad allora non avevo mai neppure immaginato in che razza di guaio si fosse invischiato.
E così l’autunno diventava sempre più gelido, e mentre gli alberi nel cortile della scuola seccavano, ingiallivano e morivano, io iniziavo a innamorarmi di Michelle ogni giorno di più.
O meglio, avevo completamente perso la testa per lei.
Non sapevo un granché sul suo conto, non le piaceva parlare della sua famiglia; ogni volta che toccavamo l’argomento, lei diventava fredda e silenziosa, tutto quello che mi aveva detto era che i suoi genitori erano morti l’anno prima in un incidente, e lei era stata data in affidamento a uno zio che viveva fuori città, perciò alloggiava nel pensionato accanto alla scuola.
Non riuscivo a capire perché si fosse trasferita da una scuola pubblica a questa; pensavo solo che suo zio fosse abbastanza facoltoso da potersela permettere, ma comunque non mi era mai importato saperlo: ciò che contava era che l’avessi incontrata.
L’autunno insisteva, irrompendo prepotente nelle nostre vite, e io e Michelle iniziammo a uscire insieme.
Lei non aveva familiarizzato con nessun altro nella scuola e io più che veri amici, avevo solo qualche conoscente, perciò avevamo tanto tempo per stare insieme.
Studiavamo, andavamo al cinema, oppure semplicemente passeggiavamo calpestando le foglie secche e stringendoci nei cappotti alle folate di vento.
Stavo bene con lei, a volte avevo quasi l’impressione che lei fosse lì apposta per me. Non l’ho mai vista scambiare più di mezza parola con gli altri, quando invece era disposta a perdere tutto il pomeriggio con me.
Michelle era diversa dalle altre, era una ragazza strana. Certe volte era apatica e distaccata come un blocco di ghiaccio, mentre altre volte era dolce e gentile. Ma era il tipo che non si lasciava mai andare fino in fondo, era molto forte, riusciva a tenere sotto controllo i suoi sentimenti ed era impossibile capire che cosa le passasse per la testa. Era sempre leggermente malinconica, ma sapeva anche sorridere, aveva un sorriso luminoso.
Passavano le settimane e praticamente Michelle era diventata la mia ragazza fissa, ma in mezzo a tutto questo c’erano i litigi con mio padre.
Da un po’ di tempo avevo iniziato a notare uno strano comportamento in lui, sembrava più oppressivo del solito, pretendeva sempre di sapere dove fossi e con chi fossi, era ostile verso tutti quelli che frequentavo, persino con una ragazza innocua come Michelle.
Una ragazza innocua.
Bella, dolce, disposta a fare tutto ciò che volessi.
Coincidenza.
Come un angelo, lei era sempre lì. Un angelo venuto da dove?
Mio padre arrivò addirittura a farmi seguire da una guardia del corpo. Ne sentivo il fiato sul collo ogni volta che uscivo con Michelle, e lei diventava sempre così nervosa.
Allora cominciai a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava. Andai a parlare con mia madre: se lei sapeva qualcosa, me l’avrebbe detto sicuramente. Lei disse che mio padre era solo preoccupato per dei problemi con un capannone nella zona periferica, era solo un po’ stressato dal lavoro. Ma neppure lei sapeva a cosa quel capannone servisse.
E io ero troppo occupato a odiarlo per parlare con lui, ero troppo occupato a pensare a Michelle.
Non sono mai riuscito a spiegarmi come certe cose succedano tra un ragazzo e una ragazza, so solo che succedono e basta e che quando ti travolgono, finisci con il perdere di vista tutto il resto.
Io la amavo, era un sentimento forte, dolcemente violento, troppo incondizionato.
Ma Michelle? Mi sono trovato spesso a chiedermi cosa provasse veramente, quando a volte stavamo abbracciati sul divano o davanti alla TV e la sentivo tra le mie braccia, silenziosa e vuota come una bambola di pezza, distaccata, distante. Mi sono domandato tante volte perché fosse lì con me, anche se sapevo benissimo che se le avessi chiesto se mi amava avrebbe risposto di sì, se stava bene con me, avrebbe risposto di sì e se voleva sposarmi, forse avrebbe risposto ancora di sì. Perché lei lo doveva fare.
Era fredda e distante, ma i suoi baci erano disperati, mi faceva sentire come se io fossi l’unica persona a cui potesse affidarsi veramente, e forse era davvero così.
Quando i miei sentimenti per lei erano ormai diventati irrimediabili, mio padre fece l’errore più grosso della sua vita, o meglio, cercò di rimediare all’errore più grosso della sua vita, soffocando quello che fu il primo e forse l’unico gesto di amore paterno che avesse mai compiuto. Forse perché il suo orgoglio valeva più di suo figlio, o forse perché la sua facciata per bene valeva più della sua anima.
Il capannone non era altro che una copertura per un deposito di armi di contrabbando. Mio padre era entrato in affari con un boss criminale che lo teneva sotto costante minaccia: la minaccia che se avesse fatto una mossa sbagliata, qualcuno di molto vicino a lui, per cominciare, avrebbe ucciso suo figlio.
Dopo quasi tre mesi, mio padre crollò, e ai primi di novembre, si costituì alla polizia. Ma per questo non lo odio, è l’unica cosa per cui non lo odio, nonostante sia l’occasione più nitida in cui abbia dimostrato che non gli impostasse niente che io vivessi o morissi. Forse lo faceva per il suo buon nome, forse lo faceva perché era sicuro che io fossi protetto abbastanza.
Aveva protetto il mio corpo, ma non poteva proteggere anche il mio cuore. Perché lì c’era Michelle.
E così arrivò la notte in cui l’angelo dell’autunno mi lacerò l’anima.
La polizia era già organizzata in turni davanti alla nostra villa, si erano offerti di proteggerci dopo la confessione di mio padre.
La giornata era stata grigia e nuvolosa.
Fuori c’erano i poliziotti e c’era l’autunno più gelido che avessi mai sentito sulla pelle, e in casa c’eravamo io, i miei genitori, la domestica e ben quattro guardie del corpo. Non una, non due, ma quattro.
Ma io non ne potevo più, io volevo Michelle. Polizia o non polizia.
Le telefonai e lei chiesi di venire da me. Non potevano proibirmi di vedere la mia ragazza.
Così Michelle arrivò, e i poliziotti la perquisirono prima di farla passare, ma lei era pulita. Perché non avrebbe dovuto esserlo?
Passammo la giornata insieme, nella mia stanza, Michelle era più silenziosa del solito, e nervosa, e forse un po’ triste, e aveva un livido sul collo.
Mi disse che se l’era fatto cadendo nella sua stanza al pensionato, anche se sembrava come se qualcuno avesse cercato di strangolarla. E adesso che ci penso, zoppicava leggermente. Come se qualcuno l’avesse picchiata.
Coincidenza?
Più che triste era glaciale quel giorno, lontana. Io le stavo vicino, la stringevo, eppure sentivo freddo.
Poi venne la pioggia. Un temporale violento, insistente, dirompente. E ormai era buio, il buio era sceso presto.
Non era il caso di uscire con quel tempo; chiesi a Michelle di fermarsi per la notte. C’era la stanza degli ospiti, se non le andava di dormire con me.
Lei disse che la stanza degli ospiti andava benissimo.
Nella notte mi svegliai, non so perché; intorno a me c’era solo il buio e lo scrosciare incessante della pioggia nel silenzio ovattato della casa. Sentii i suoi passi nel corridoio.
La porta della mia stanza si aprì e lei entrò nella penombra blu, con i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle e lungo le linee del viso, con addosso solo la mia maglietta, che le avevo prestato per dormire e che lasciava scoperta buona parte delle sue belle gambe.
“Michelle.” Dissi soltanto, alzandomi, e allora mi accorsi di cosa stringesse nella mano destra.
Un coltello da cucina.
Accesi la luce. Notai altri lividi, sulle gambe stavolta.
“Michelle, ma cosa…?” Non finii la frase, forse perché non avevo la più pallida idea di cosa avrei potuto chiedere, o forse perché non riuscivo a capacitarmi di quello che stava succedendo.
Michelle iniziò a piangere.
“Hanno detto che sarei morta se non l’avessi fatto.”
Anche tra le lacrime il suo viso restava immutabile come quello di una bambola di porcellana, ma i suoi occhi avevano perso tutta la freddezza, ora erano solo specchi di dolore.
“Ora loro vogliono che ti uccida e non so neanche perché.”
Io non riuscivo a rispondere, mi sentivo intorpidito.
“Ma io…” Continuò lei, “io non riesco… non voglio farti del male…”
Lentamente il coltello le scivolò di mano, come se fosse diventato pesantissimo, cadendo sul pavimento con un tonfo.
“Hiram io ti…” E poi ci fu lo sparo.
Secco. Assordante. Improvviso.
Così fulmineo e così perfettamente sincronizzato (Coincidenza…) da coprire la sua ultima parola.
Ma io gliela lessi sulle labbra. Quella parola che non mi aveva mai detto, l’unica cosa di cui non ero mai stato sicuro.
Aveva detto “amo”.
Michelle cadde in avanti e io la presi tra le braccia, ancora incapace di capire.
Non vedevo la guardia del corpo di mio padre sulla porta, con la pistola che ancora gli fumava.
Vedevo solo Michelle, sempre più simile a una bambola di pezza, mentre sentivo il suo sangue scorrere tra le mie mani.
“Lei non voleva farlo!” Gridai, “Il coltello, l’aveva fatto cadere! L’aveva fatto cadere!”
E senza rendermene conto, stavo lentamente scivolando in ginocchio.
Michelle appoggiò la testa sulla mia spalla e con uno sforzo si strinse a me.
“Non fa niente.” Bisbigliò, “Va bene così. Era così che doveva andare.”
* * *
Sono passate due settimane da quella notte.
E l’autunno è sempre più duro e feroce, come l’odio che ho per mio padre.
Ho tanti motivi per odiarlo. Ma soprattutto lo odio perché aveva fatto ricerche su Michelle e aveva scoperto che i suoi genitori erano stati uccisi in un attentato proprio dagli uomini alle dipendenze di quel criminale che lo minacciava, perché sospettava già da tempo che Michelle c’entrasse qualcosa in quella maledetta storia e che il nostro incontro non fosse una semplice coincidenza, eppure non mi aveva mai detto niente. E se non l’aveva fatto, era perché si sentiva in colpa, in fondo. E io per questo lo odio, nonostante sia la cosa più meschina della terra.
Fra qualche giorno inizierà il processo, e lui testimonierà contro di loro, e forse lo farà anche per me. Sono persone che non conosco quelle che hanno distrutto la vita di Michelle. So che i suoi genitori erano implicati con loro e so che avevano risparmiato Michelle solo per usarla come una marionetta, e l’avevano picchiata e maltrattata, e chissà cos’altro per convincerla a lavorare per loro.
L’avevano mandata da me perché conquistasse la mia fiducia, e al momento giusto mi uccidesse, le avevano insegnato come fare. Ma lei ha avuto la forza di non farlo, di tenere in vita il suo cuore anche in mezzo al fango.
E ora quelli che l’hanno distrutta calpestano la sua tomba come fosse terra di nessuno.
Non voglio pensare al processo dell’uomo che ha sparato, per eccesso di nervosismo, a una ragazza disarmata.
Non voglio pensare che lei fosse una vittima innocente di un gioco crudele.
Voglio solo sperare di averle dato almeno un autunno, l’autunno più amaro e più dolce delle nostre vite.
Perché io l’amavo e l’amerò sempre, per quanto lungo possa essere questo sempre; e continuerò ad aspettare ogni autunno stringendo i denti e andando avanti, perché è questo che Michelle voleva: che io vivessi e che la riuscissi ad amare.
29/09/00
Ecco un racconto in bilico tra fantascienza e cyberpunk (un genere che mi stimola alquanto *w*)
Questo racconto è del 2000 ed è da un po’ che gira XD l’ho infilato un po’ in tutti i miei siti web xD
Mi piace l’atmosfera e sono affezionata ai personaggi anche se la trama e la scrittura non sono così esaltanti, è un po’ lacunoso diciamo xD ma è un po’ il racconto che ha gettato le basi per un progetto che forse porterò avanti fra qualche tempo *.* Cyber I’m coming!
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31/12/00 – 20.32
«Perché?»
«Io sono solo un esecutore.»
«Perché mi hai ucciso?»
«Perché sei perfetto.»
Risveglio.
«Shin.»
«Haya.»
«Sei sempre qui?»
«Ti devo tenere sotto controllo, Loro non vogliono che tu ti tolga la vita. Hai delle cose importanti da fare.»
«Perché proprio tu? Perché farmi proteggere dall’essere che ha ucciso la mia unica ragione di vita?»
«Non puoi legarti alla perfezione, la perfezione non esiste.»
«Ma lui esisteva! Sei era vivo, lo sentivo respirare e muoversi… cos’aveva di tanto perfetto?»
«Sei era puro, senza difetti.»
«Puro? Ha amato e odiato come chiunque altro può fare, e anche lui aveva le mani sporche di sangue!»
«A volte il sangue può essere più puro dell’acqua.»
«Stai cercando di dire che io l’ho amato solo perché era perfetto?»
«È possibile. Loro non hanno controllo sui sentimenti.»
«Parli degli esseri umani come se fossero macchine!»
«In un certo senso lo siete.»
Haya si alza, volano le lenzuola nel silenzio della stanza vuota, entra una luce che forse è di mattino.
Si aggrappa con rabbia alle braccia di Shin, al suo impermeabile nero, fissa i suoi occhi di vetro sotto i lunghi, neri capelli.
«E tu cosa sei? Cosa sono Loro?»
«Qualcosa che non puoi capire. Vestiti, è giorno, e hai delle cose importanti da fare. Devo guidarti.»
Haya indossa la tuta di pelle nera, l’uniforme di quando lavorava per il Governo Centrale.
Il palazzo è grande, vuoto, sgretolato e corroso dal suo abbandono.
Haya lo lascia e continua il suo viaggio sotto l’ombra di Shin.
«Dove stiamo andando?»
«Al laboratorio della zona 7.»
«Ma la zona 7 è stata distrutta dai bombardamenti! Era il rifugio dei disertori. Cosa potremmo mai trovare lì?»
«I risultati delle loro ricerche. E un superstite.»
«Un superstite?»
Le strade sono frantumate e polverose e coperte di rottami e rovine; il fumo si leva ancora, come nebbia, dalle carcasse senza vita di armi micidiali e circuiti elettrici e metallo.
La zona 7 è distrutta. Dalla terra e dai cumuli di macerie sporgono travi di ferro e cemento come forche o come croci, o come lapidi.
Shin si fa strada tra le rovine e si ferma davanti a una lastra di cemento armato inclinata su altri resti, macchiati di olio o ruggine, o sangue.
«È qua sotto, l’entrata.»
«E come si apre? Ci vorrebbe una carica per farla saltare.»
«Non è necessario. Ti posso aiutare per questo.»
Shin alza un dito e la lastra si sposta come fosse una piuma, leggera.
«Ma come hai fatto? Hai usato un dispositivo antigravità o cosa?»
Shin non risponde, dà una spinta nell’aria e una botola si apre nel suolo.
«Ecco il laboratorio.»
Haya lo guarda, ma poi decide di iniziare a scendere.
Il laboratorio è buio, illuminato solo dalla grigia luce del giorno che viene dall’alto. Qualcosa si muove.
«Eccolo, è lui.»
Haya prende una torcia e vede.
Schiere di corpi ammucchiati sul pavimento, a ridosso di macchinari spenti.
«E’ stata l’asfissia, o i gas, ma non tutti sono morti.» Dice Shin.
Qualcuno esce dal buio con passo strascicato. «Chi siete?»
Haya sente la sua voce e il sangue le si gela. Solleva il raggio luminoso su di lui.
Anche solo il movimento della mano a schermarsi gli occhi è inconfondibile, la struttura fisica, l’altezza, i capelli castani, gli stessi, sembra tutta un’illusione, un crudele scherzo della memoria.
«Mostra il tuo volto.» Dice Shin. Ogni cosa lui dica viene naturale ascoltarla. Il superstite abbassa la mano.
Haya vede il suo volto e i suoi occhi, di quel colore che sembra quasi verde, ma che potrebbe benissimo cambiare da un momento all’altro…
«Sei!» La torcia cade con uno schianto secco, e torna il buio, una penombra grigia in cui ogni cosa si semplifica in un’ombra scura.
«Come sai il mio nome? Non ti ho vista in faccia, ci conosciamo?» Lui raccoglie la torcia che tra le sue mani si riaccende.
«Sono… sono io… sono Haya.»
La illumina e la osserva, vede solo una donna dagli occhi scuri e i capelli neri, tagliati corti, che le ricadono sul viso. «Non so chi tu sia.»
«Ma… che significa?»
«Lo scoprirai, se vuoi, Haya.» Dice Shin. «Sei, vieni con noi.»
«Non vado da nessuna parte, non vi conosco.»
«Se nel tuo destino era scritto che dovevamo ucciderti ora, saresti già morto, ma sei ancora qui. Ti sei mai chiesto perché, quando tutti i tuoi compagni sono riversi a terra? Seguici se vuoi delle risposte.»
«E va bene, non ho più voglia di combattere.»
«Tu non sei lui.» Haya esce nella luce del giorno. «Sei non avrebbe mai detto una cosa del genere.»
Shin e Sei la seguono.
«Io sono Sei.»
Shin lo guarda e sorride. «Certo che lo sei.»
«E adesso?»
«Adesso dobbiamo rifugiarci in quel grattacielo semi distrutto e parlare, e attendere.»
«Attendere cosa?»
«Quello che verrà.»
È uno dei tanti giorni di un anno che ha ormai dimenticato il suo valore.
In una terra che forse un giorno aveva un nome importante, ma ora è solo il campo di battaglia di un Impero che lotta per la sua coesione e non vede altro che il suo corpo che si sfalda e si trasforma sempre più in una riproduzione meccanica di ciò che era.
C’è chi lotta contro di lui e muore, c’è chi lotta per lui ma non sa il perché e c’è chi muore e basta o perde tutto quello per cui valeva vivere.
Haya combatteva da mercenaria per l’Impero finché Sei non è stato ucciso da Shin e finché Shin non le ha affidato un nuovo compito che non conosce ancora.
Il Sei che Haya ha visto morire era un soldato del Governo Centrale che le era stato affiancato nella lotta contro la resistenza per una missione sporca e ormai inutile.
Dovevano uccidere un uomo che lavorava al laboratorio segreto della zona 7, un esperto di macchine che era riuscito a violare il sistema e a venire a conoscenza di informazioni riservate, la sua identità era sconosciuta, ma il suo nome in codice era Zero.
«È così che ero chiamato, Zero.- Dice Sei, il Sei che hanno trovato nel laboratorio.
«Il Governo mi aveva mandato a ucciderti.»
«Non stento a crederci. Sono entrato nel loro sistema centrale e ho visto cose che non avrei dovuto.»
Haya lo osserva, ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola, sono identici ai suoi. «Shin, perché lui è tanto uguale a Sei?»
«Forse lui lo sa.»
«Te l’ho detto Haya, io sono Sei.»
«Non pronunciare il mio nome con la sua voce.»
«Questa è la mia voce.»
«Cosa sei… un clone?»
«No. Ma so cosa significa il mio nome per l’Impero. È l’abbreviazione del codice di un progetto segreto: “Seimei” che significa “vita”. Un esperimento genetico.»
«Vuoi dire che Sei è il risultato di un esperimento! Ma non ha senso! Lui era un soldato, e tu… tu sei uguale a lui! Perché?»
Shin le pone una mano sulla spalla. «Calmati Haya.»
«Tu sai la verità?»
«Volevano mettere Sei alla prova per l’ultima volta, vedere se era davvero un essere perfetto, se sarebbe andato fino in fondo e avrebbe ucciso suo fratello. Questa per il Governo è la purezza che vogliono ottenere.»
«Fratello?»
«Sì. Il Sei che tu hai conosciuto era il mio gemello. Risulta tutto dagli archivi del computer che ho violato. Hanno agito a livello cellulare per controllare non solo il corpo, ma anche la mente e i pensieri. Il loro Sei doveva essere puro, privo di debolezze umane e di cedimenti psichici, un soldato in grado di reggere a qualsiasi tensione, insomma. E a quanto pare c’erano riusciti. C’era stato solo un piccolo inconveniente, perché i bambini nati dalla donna che si era sottoposta alla gravidanza indotta erano stati due, gemelli e perfettamente identici. Solo dopo la nascita è stato possibile distinguerli. Il mio encefalogramma presentava delle alterazioni, così hanno scelto mio fratello. In teoria, il fatto che fossimo in due era per gli scienziati un vantaggio, avrebbero potuto studiare le nostre differenze, ma andò storta un’altra cosa: mia madre, credendo che ci avrebbero uccisi, riuscì a scappare dal laboratorio e mi portò via con sé. Il suo spirito era rimasto scosso dall’esperimento, o forse era scioccata da quello che aveva visto fare ai suoi figli. Perciò si rifugiò qui e si unì alla resistenza. Io sono cresciuto tra queste rovine, in mezzo ai bombardamenti, giocando con fucili e computer. Un po’ come ha fatto l’altro Sei. Mia madre mi ha chiamato come lui, forse solo per espiare quello che aveva fatto…»
«Tu sai… sai che Sei…»
«E’ morto. Lo so. E’ successo una settimana fa, vero?»
«Come… come lo sai?»
«Io l’ho… sentito. Ci sono molte cose strane in me.»
«E tu sai anche come è morto?»
«Qualcuno l’ha ucciso davanti agli occhi di una persona che era molto importante per lui. È morto con un colpo secco al cuore, e ha sanguinato, molto…»
Haya si copre il volto con le mani, cercando di nascondere le lacrime contro cui non sa lottare. Rivede la scena in tutti i suoi particolari: di notte, in quel vicolo buio, durante l’appostamento. Shin che appare dal nulla, con il suo impermeabile nero, i capelli lunghi che gli adombrano il volto. Sei che dice: «Chi è là?»
«Mi chiamo Shin, Loro mi hanno mandato per ucciderti.»
Haya grida: «Loro chi?»
Ma prima che possano fare una qualsiasi mossa, Shin alza la mano verso di loro e Sei si inginocchia a terra con i pugni stretti al petto.
Sei guarda Shin e chiede: «Perché devi uccidermi?»
«Perché sei perfetto.»
Shin dà un colpo all’aria e Sei cade a terra e incomincia a sanguinare…
L’altro Sei guarda Shin con amarezza. «Sei stato tu, vero?»
«Così mi è stato ordinato.»
«Sì, lo so, l’ho visto in sogno, l’ho vissuto…»
Il sogno.
Nel sogno di Haya le parole di Sei erano diverse, lui diceva: “Perché mi hai ucciso?”
«Eri tu, sei tu quello che vedo nel mio sogno da quella notte!»
«Potrei essere io, potremmo essere entrambi.»
«Shin! Cosa significa tutto questo? Perché mi hai fatto incontrare con lui dopo che hai ucciso Sei davanti ai miei occhi? Cosa vuoi ancora da me?! Cosa c’è di tanto importante perché io debba continuare a vivere? Non ho già sofferto abbastanza?!»
Secco, Sei le dà uno schiaffo.
«Sei questo non l’avrebbe mai fatto! È lui che dovresti colpire, è lui quello che ha ucciso tuo fratello senza motivo!»
«Non so cosa sia lui, ma è qualcosa di più grande di noi contro cui non possiamo niente.»
«Come fai a dire certe cose? Come fai a saperlo?»
«Nello stesso modo in cui ho sentito morire mio fratello, nello stesso modo in cui ho fatto accendere la tua torcia che si era rotta cadendo sul pavimento del laboratorio, nello stesso modo in cui ti ho sempre vista attraverso gli occhi di Sei… e ho sofferto per quanto tu l’amavi e per quanto l’ami ancora…»
Haya si lascia cadere, si appoggia al muro grigio e sgretolato e fissa nel vuoto. «Perché? Non riesco a capire. Che motivo c’era di uccidere Sei? Davvero, se avessimo trovato Zero e lui avesse scoperto che era suo fratello, l’avrebbe ucciso ugualmente?»
Shin le risponde: «No, non l’avrebbe fatto.»
Haya alza la testa verso di lui con lo sguardo vuoto, inconsapevole.
«Non è questa la purezza, è solo assenza di sentimenti. Sei era risultato diverso da come avevano previsto, per gli scienziati era risultato difettoso, non avevano capito, perché non sono in grado di concepirlo, che avevano creato la perfezione, una cosa che non può esistere. Perciò Loro mi hanno mandato, per impedire che l’errore si ripeta.»
«Ma perché non può esistere la perfezione?»
«Perché è contro ogni equilibrio. L’esistenza è regolata dall’equilibrio degli opposti. Sei era troppo puro perché esistesse qualcosa di altrettanto corrotto da poterglisi opporre. Perciò doveva cessare di esistere prima di incontrare suo fratello.»
«Che vuoi dire?»
«Sei aveva un’unica debolezza, ed eri tu Haya: i tuoi difetti si riflettevano su di lui, ma il giorno che avesse incontrato suo fratello, ti avrebbe ceduta a lui e sarebbe stato completamente puro.»
«Sei non mi avrebbe mai ceduta a nessuno!»
«L’egoismo è una debolezza umana, Sei non l’aveva.»
«Perché cedermi a suo fratello? Che senso aveva?»
Sei si alza in piedi, interrompe il discorso. «Non ci hai ancora spiegato perché sei ancora qui, Shin.»
«La mia opera non è ancora finita. Dobbiamo impedire che il progetto Seimei si ripeta, la documentazione deve essere distrutta. Questa è una cosa che dovete fare voi due.»
«Entrare nel laboratorio centrale? E’ una follia!»
«È una cosa da fare.»
Sei e Haya si preparano, cercano in mezzo alle macerie tutto quanto può essere utile: armi, attrezzature elettroniche, qualsiasi cosa possa funzionare, o Sei possa aggiustare.
E’ ormai tardo pomeriggio quando partono per il centro.
Il tramonto si stende infuocato e sfuocato dietro la torre grigia del laboratorio, in mezzo alle costruzioni governative.
Oltrepassare la recinzione è facile, il pass di Haya è ancora attivo, nessuno sa ancora della morte del soldato Sei.
L’altro Sei saluta persino una delle guardie che Sei aveva conosciuto durante l’addestramento militare.
Per entrare nella torre c’è un codice che nessuno conosce.
Si avvicinano all’entrata mentre i soldati continuano a transitare per il cortile senza prestar loro attenzione, riconoscendo l’uniforme di Haya. Non notano neppure Shin, solo perché lui non vuole farsi notare.
Sei si avvicina alla tastiera, vi poggia sopra la mano.
La sua alterazione genetica ha procurato qualcosa in lui, qualcosa che manda in tilt le macchine, un’accentuazione dell’elettromagnetismo o chissà.
La serratura si sblocca con un bip.
Entrano e si trovano in un intreccio di corridoi e porte anonime.
«Come troviamo l’archivio?»
Sei si guarda attorno. «Io sono già stato qui, molto tempo fa, ma mio fratello c’è stato più recentemente.»
Prende la sua strada, come seguendo una visione, e si ritrovano davanti alla porta giusta.
Sei si appoggia contro la parete liscia e fredda. «L’altro Sei è stato qui, mio fratello… posso ancora sentire il suo odore nell’aria.»
Haya si appoggia accanto a lui. «Questo è il tuo odore.»
Sta arrivando qualcuno. Un sorvegliante?
I sensori devono aver avvertito la presenza di qualcuno in una zona non autorizzata.
Haya si sbriga a piazzare la bomba davanti alla porta. È una granata inesplosa a cui Sei ha applicato un timer.
«Abbiamo quattro minuti per lasciare l’edificio.»
Suona l’allarme, acuto, accusatore.
«Sbrighiamoci!»
Un soldato armato imbocca il corridoio, li vede. Spara.
Shin alza la mano verso di lui e l’uomo viene scaraventato contro la parete, perde i sensi.
«Da qui in poi vi aiuto io.» Dice Shin.
Haya si ritrova a terra, non sa come, ma qualcuno l’ha spinta giù.
Cerca di rialzarsi, sente la sua mano come bagnata e vede.
Sangue.
Lei non è ferita.
È il sangue di Sei.
Sei che le ha salvato la vita. È steso a terra accanto a lei, non c’è tempo di pensare, è ancora cosciente? Lo aiuta ad alzarsi e corrono dietro a Shin che sta facendo strada.
Corrono disperati, ansimando; Sei diventa sempre più pesante…
Attorno a loro si sentono spari e grida, una voce metallica sta ordinando di evacuare… E in un attimo sono fuori, alla cieca, distinguendo solo l’impermeabile nero di Shin; si infilano in un vicolo buio e stretto, mentre ormai calano le tenebre.
E d’improvviso l’esplosione devastante e fragorosa, come un lampo nel cielo oscuro, e una pioggia di fuoco, e detriti, e fumo, e polvere, e metallo, nel compiersi della distruzione definitiva.
E Haya è ormai al sicuro…
Sei ha perso i sensi e continua a sanguinare.
Haya non riesce a trovare la ferita, ha la vista appannata e non sa perché, non ha ancora capito che sono solo lacrime… Eccola finalmente, è stato colpito alla spalla sinistra, poco sopra il cuore… trova un pezzo di stoffa e inizia a tamponarla, poi guarda Shin, con odio. «Anche lui dovrà morire, è questo il suo destino?»
«Perché dici questo?»
«Lui è uguale a Sei, anche lui è perfetto.»
Shin ride. «Voi esseri umani avete una strana idea della perfezione. Lui è Sei, e allo stesso tempo non lo è.»
«Ma i suoi strani poteri? E il concetto di equilibrio?»
«Finché ci sarai tu con lui Haya, non ci sarà nessun rischio per l’equilibrio. E’ anche per questo che ho controllato che rimanessi viva. Lo farai per lui?»
Haya guarda Sei, poi Shin. «Lo farò, ora che ho capito da che parte stare.»
Shin si allontana e alza una mano, sembra un saluto, e poi scompare nella notte.
Sei inizia a svegliarsi.
No, non era un saluto, Shin ha fatto qualcosa per Sei, perché lui deve vivere ancora.
«Da qui in poi sai cosa fare, Haya.»
«Sì, lo so. Ricominciare da Zero.»
01/01/01 – 01.22
Questo è un racconto un po’ diverso da quello che scrivo di solito, una specie di romance storico o.O l’ho iniziato una decina di anni fa in seguito a un sogno, il titolo originale doveva essere “Non finirà come Romeo e Giulietta” ma era un po’ cacofonico xD il sogno si basava su una promessa di due amanti che, ostacolati dalle loro famiglie, si promettevano di rincontrarsi a distanza di dieci anni. Ho quindi iniziato il racconto immaginando che fosse quello il giorno dell’incontro, per poi fare un flashback su come i due si erano conosciuti. Lo scopo era di lasciare nel lettore il dubbio se lui si sarebbe presentato e se ci sarebbe stato il lieto fine. Il racconto è poi rimasto nel cassetto per lunghi anni, fermo al punto in cui i due siedono sulla fontana, poi qualche tempo fa mi sono decisa e ho detto “devo finirlo!” e così è nato questo finale alternativo e un po’ surreale…
Non sono pienamente soddisfatta di come è venuto e ne riconosco i difetti: la parte storica è molto vaga e superficiale, il modo in cui i due si innamorano è troppo forzato e sbrigativo, volevo dargli un tocco di fatalità, ripensando che in fondo Romeo e Giulietta si innamorano più o meno allo stesso modo XD però non mi sembra molto convincente. Sul finale non mi esprimo per non fare spoiler : D
Nota gossippara: il 31 di maggio è il giorno in cui ho incontrato il mio fidanzato *.* e non lo sapevo quando ho scritto il racconto °O°
Bando alle ciance, ecco qua, buona lettura ^^
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Alan e Claire
La giornata era grigia. Come migliaia di altre giornate.
Il cielo pallido faceva male agli occhi e tutto era senza colori, senza suoni, vuoto e leggero.
Come migliaia di altre giornate.
Era sul ponte, affacciata a osservare tristemente lo scorrere dell’acqua nel fresco venticello che sapeva così tanto di autunno.
Ma in fondo perché si sentiva tanto malinconica?
Dopo tanto tempo, tanta speranza, tante notti passate a guardare le stelle e voler lasciare tutto, sparire…
Ora i dieci anni erano passati e lei doveva ritornare.
C’era ancora qualcosa dentro, nel più profondo angolo del suo cuore che la obbligava a ritornare. Il sigillo di una promessa che era molto più forte di quanto sembrasse, di quanto avesse pensato in tutti quegli anni.
L’occhio le si spostò, come per confermare ciò che il contatto della sua mano le stava gridando da quando era uscita di casa quella mattina: il ruvido cuoio rovinato dal tempo di quel vecchio libro dalle pagine ingiallite.
Lesse per l’ultima volta il titolo semi cancellato.
“Romeo e Giulietta” di William Shakespeare.
Quante volte l’aveva letto?
«Almeno un migliaio di volte. Ormai avrai già imparato a memoria ogni singola parola!» Le rispose una voce spensierata dalla sua mente; era una voce familiare, rassicurante, ma allo stesso tempo lontanissima.
Chiuse gli occhi per rievocare fantasmi passati e un fiume di ricordi la travolse, cogliendola di sorpresa.
Riaprì gli occhi per ritornare a fissare il fiume sotto di lei, decisamente più tranquillo.
«Hai paura?» Di nuovo quella voce.
Senza rendersene conto rispose: «Sì, ho paura. Dopo tanto tempo ho ancora paura. Ma ormai sono abituata ad avere paura, e sono abituata ad affrontarla da sola.»
Alzò il libro sopra la testa: «Forse ti stupirai, ma è chiaro che io sono cambiata. Sono stanca di questa storia che mi ha fatto piangere tante volte.»
«Non andrà a finire come Romeo e Giulietta.» Le rispose la voce.
Lei scagliò il libro nel vuoto, dopo un volo che parve non avere fine, questo cadde in acqua e scomparve. Per sempre.
Si strinse un po’ nel cappotto e iniziò a camminare, con la fredda consapevolezza che si stava sempre di più allontanando dalla sua casa, dalla sua città, dalla sua vita. Un’altra volta.
Ma in fondo, cosa aveva da perdere?
Nel peggiore dei casi, un po’ di tempo e il costo del viaggio.
E poi una promessa è una promessa.
Ripensò a quanto aveva pianto nel momento in cui l’aveva pronunciata. Ma era solo una ragazzina fragile.
Eppure, se era stata così dolorosa, forse poteva essere una cosa importante.
Così, adesso era lì sulla strada per la stazione pronta a morire di nuovo in fondo al cuore.
Nel peggiore dei casi.
Una donna sola, che si trascinava con eleganza per le vie, avvolta in un raffinato cappotto, in mano un piccolo bagaglio, in testa un cappellino scuro.
I capelli castani e ricci raccolti in uno chignon, il viso pallido, leggermente colorito sulle guance per effetto dell’aria pungente, le labbra rosate, delicate ma carnose, le sopracciglia ben disegnate, gli occhi nocciola, intensi ma trasparenti e leggermente tristi.
Stazione di Danzica.
Salì sul treno nel più cupo silenzio, come isolata dal resto del mondo dalla spessa aura di passato che covava nel suo intimo.
Si sistemò in uno scompartimento vuoto. Si sedette accanto al finestrino, gli occhi fissi sul cielo grigio.
Quando il treno partì ebbe un tuffo al cuore. E allora cominciò davvero a ricordare.
Nello stesso momento, una nave lasciò le coste inglesi per attraversare la Manica. C’erano molti passeggeri a bordo. Chissà…
Improvvisamente il tempo sembrò tornare indietro fino a una sera di dieci anni prima, in Francia, in una grande villa di campagna. Era il trentuno di maggio.
«Claire, tesoro, sei pronta? Gli invitati arriveranno a momenti!»
«Non ti preoccupare, maman.» Rispose con voce squillante e quasi divertita una ragazzina appena quindicenne, lunghi capelli ricci e castani, morbidi e ben pettinati, profondi e grandi occhi nocciola, trasparenti e senza pensieri.
«Vi prego, non agitatevi Mademoiselle Claire, altrimenti non posso allacciarvi il corsetto!» Sostenne pazientemente una serva piuttosto anziana ed energica.
«Ahi! Non così stretto! Non posso respirare!» Si lamentò la ragazza, scoppiando poi in una risata argentina, e finalmente accettò di buon grado di indossare il bel vestito color pesca che la serva teneva in mano mentre la seguiva per la stanza.
«Questa festa sarà terribilmente noiosa! Prima dovrò sorridere e far conoscenza con tutti gli invitati e poi, quando avrò finito sarà troppo tardi e non riuscirò a fare neppure un ballo, ma in fondo questo non è un male dal momento che detesto ballare…»
«Su, avanti Mademoiselle, adesso smettetela di lamentarvi. Vostro padre ha organizzato la festa per presentarvi alla nobiltà e all’alta borghesia,» replicò la serva, finendo di appuntarle piccoli fiori rosa fra i capelli, «adesso è il vostro momento, andate, vi aspettano.»
Claire si precipitò fuori dalla stanza fino a raggiungere suo padre che l’attendeva in cima alla scalinata, lei gli porse la mano e scesero insieme.
Tutti gli occhi erano puntati sulla graziosa figura della ragazza. Nessuno escluso.
Come Claire temeva, iniziarono le infinite presentazioni. Lei fingeva di apparire interessata a ogni discorso, sorridendo forzatamente alle decine di nomi e di volti che le apparivano davanti, con la voglia crescente di scappare via.
«… E questo è il figlio di Lord Hawkesworth, la sua famiglia appartiene alla nobiltà inglese.» Il ragazzo era poco più grande di lei, abbastanza alto e con la compostezza tipica britannica, i capelli lisci e un po’ lunghi color biondo cenere che portarono Claire per un momento a pensare alla nebbia londinese, che le era stata spesso descritta dagli amici di suo padre che viaggiavano molto e avevano visto l’Inghilterra. Questo pensiero fu quasi un lampo, ma la fece sorridere ugualmente, fu solo il primo impatto e un’occhiata di sfuggita, noncurante. Quando poi il ragazzo, con i modi più gentili che conosceva, si presentò personalmente, si costrinse a squadrarlo con discrezione.
«Alan John Edward Hawkesworth, lieto di fare la vostra conoscenza, Mademoiselle Deville.»
Al momento Claire parve non reagire, ma quando il ragazzo alzò lo sguardo dal suo breve inchino, lei si ritrovò fissa nei suoi occhi, due limpidi occhi azzurri. Una volta da piccola, quand’era stata al mare, era stata colpita dallo splendido colore dell’acqua, ma quell’azzurro lo superava in bellezza ben cento e cento volte.
Si sentì lievemente in imbarazzo per quel pensiero piuttosto sconveniente verso uno sconosciuto. Inconsapevolmente gli porse la mano. Lui la baciò dolcemente. Quel contatto le diede un sussulto e la fece arrossire.
La donna seduta sul treno si guardò il dorso della mano e sorrise leggermente. Si domandò se fosse arrossita di nuovo, ma non volle cercarne conferma. Tentò solo di continuare a ricordare.
Quando finalmente le presentazioni furono terminate, Claire sfuggì dalla vista di suo padre e, confondendosi tra gli invitati, sgattaiolò fuori nel giardino, sul retro della villa. Era illuminato solo dalla luna che si specchiava in una fontana colma d’acqua.
Si sedette sul bordo guardando verso il cielo, la testa iniziava a farle male, per via di tutte quelle forcine, le tolse, posandole accanto a lei con soddisfazione e si sciolse i capelli.
Sentì un calpestio alle sue spalle, sulla ghiaia, si voltò di scatto: «Chi è?»
«Chiedo scusa, non pensavo ci fosse qualcuno… Voi siete Mademoiselle Deville, non è così?»
«E voi siete Lord…»
«Hawkesworth.»
«Oh, già, Alan John Edward Hawkesworth.» Disse Claire con un risolino.
Lui indicò il posto accanto alla ragazza: «Posso?»
Claire annuì timidamente.
«Devo confessare di non essere un grande amante delle feste mondane e della bella vita parigina…»
«Questa non è una cosa molto carina da confessare a una ragazza francese, Lord Hawkes…»
Lui prevenne le sue difficoltà di pronuncia: «Chiamatemi semplicemente Alan.» Le fece un sorriso dolce e luminoso, Claire si sentì nuovamente in agitazione. «E chiedo scusa per la mia sfacciataggine, Mademoiselle Dev…»
«Claire.» Disse semplicemente lei, e poi ci fu silenzio. Rimasero a fissarsi così, per alcuni secondi, sotto la luna.
Poi iniziarono a conversare e la serata volò, mentre si raccontavano le proprie vite e i propri desideri nascosti, i sogni di due giovani schiavi dei loro destini.
«Tornato nel mio paese diventerò un fiero soldato di Sua Maestà.» Disse Alan con tono solenne «È una tradizione della mia famiglia che sono costretto a onorare…» C’era l’onore, sì, ma nel fondo della sua voce c’era anche tutto il peso di una scelta imposta.
Claire abbassò lo sguardo volgendosi a fissare l’acqua: «Io… sono promessa… ad un ricco prussiano. Finita l’estate dovrò partire e lasciare per sempre la mia amata Francia…»
Alan le prese la mano dolcemente, si chinò baciandogliela.
«Mia principessa, ora non posso nulla per salvarti da questo destino, ma un giorno sarò un uomo di valore, e allora ti salverò da questa vita… perché il mio cuore sente già una forza misteriosa che mi trascina verso di te. Claire, tu sei un angelo, una visione, un ricordo che non abbandonerà mai i miei sogni… Io… credo già di amarti…»
Claire arrossì timidamente, sentendo un’ondata di calore che investiva ogni angolo del suo esile corpo. «Mio cavaliere… e come pensi si scamparmi al mio fato? Già questo incontro ha il sapore amaro delle pagine di Romeo e Giulietta…»
«Non finirà come Romeo e Giulietta!» Rispose lui prontamente. «Sfiderò il tuo promesso a duello, lo ucciderò e tu sarai mia.» Le baciò di nuovo la mano, con più passione.
Per loro era un sentimento nuovo, una specie di gioco per sfuggire alla sorte.
«Quando?» Chiese Claire, divenuta stavolta impaziente, mentre le sue guance erano un fuoco inestinguibile in lotta con il fresco della notte. «Quando mi salverai?»
Alan rifletté un istante, abbassando il capo, poi lo rialzò con sguardo deciso: «Tra dieci anni. Saremo adulti e allora tornerò da te.»
Lo sguardo di Claire si fece triste e ansioso: «Ma come mi troverai se neppure io so dove vivrò? La Prussia è lontana e fredda…»
«Sarai tu a ritrovarmi. Qui. Fuggi dalla tua prigione e torna per un giorno soltanto in questo vecchio giardino. E io sarò qui ad attenderti e non ti lascerò mai più.» Stavolta si fece più audace e la strinse a sé.
Si guardarono negli occhi mentre i loro sospiri si sovrapponevano.
«Tra dieci anni. Qui.» Bisbigliò Claire.
In risposta Alan si fece più vicino, fino a posare le labbra dolcemente sulle sue.
«Ti aspetterò fino alla mezzanotte del 31 maggio 1921. E anche oltre se sarà necessario.» Il suo sguardo si fece più risoluto «E bada di venire, perché altrimenti ti verrò a cercare, dovessi anche setacciare i più sperduti angoli d’Europa e del mondo intero… Mia dolce Claire, è una promessa. Ci ritroveremo ancora.» La baciò di nuovo e lei si sciolse in quell’abbraccio caldo e rassicurante, dimentica di ogni cosa, persino del suo ingrato destino…
Un ricordo dolce e intenso che era rimasto con lei per tutti quegli anni, anni lunghi e tristi, anni di guerra e di morte…
Ma ora era di nuovo lì, per onorare quell’innocente promessa che mai aveva scordato.
Dopo un viaggio che parve interminabile, il treno imboccò la stazione di Parigi.
I freni produssero uno stridio assordante.
Claire scese tra il fumo bianco e caldo della locomotiva a vapore, ma non sentì quel calore sul suo corpo.
Faceva freddo, un freddo che la scavava dall’interno.
Si avviò all’uscita in cerca di un mezzo di trasporto che la conducesse fin nelle campagne.
Trovò solo un carretto che trasportava sacchi di farina.
L’Europa era reduce della Grande Guerra. Violentata. Dilaniata.
Gli anni infernali erano ormai passati, ma dovunque restavano i segni del passaggio di distruzione e morte.
Il vecchio gentile che le diede un passaggio non le rivolse la parola per tutta la durata del viaggio. Governava tranquillo il suo mulo, come se lei non ci fosse. Il suo viso era scavato e oltremodo invecchiato, i capelli grigi e radi si agitavano all’aria tiepida di quella primavera che aveva riportato ogni cosa a fiorire dopo il lungo inverno. Guardava davanti a sé, immerso nel suo silenzio, con un velo di rimpianto in fondo agli occhi scuri.
Rallentò nei pressi della vecchia villa e fece fermare il carretto con un incitamento al suo animale. Posò lo sguardo per un attimo su quelle vecchie rovine. Dieci anni erano pesati quanto un secolo. Della casa ormai non restava che qualche parete ostinata, il resto era crollato, distrutto dai bombardamenti.
Una morsa attanagliò il cuore di Claire, che con passo incerto si avviava a esplorare ciò che resteva di quella che un tempo era stata la sua dimora.
Con un nuovo incitamento, l’uomo spronò il mulo e fece ripartire il suo modesto carretto, sparendo pian piano verso l’orizzonte.
Un senso di solitudine la avvolse e un nuovo sentimento si fece strada dentro di lei. La paura. Il timore che quel viaggio fosse stato vano e che la sua solitudine si sarebbe trasformata in un lungo tuffo verso il vuoto assoluto dell’abbandono.
Si tolse il cappotto, lasciandolo scivolare a terra con noncuranza, e si avventurò tra le macerie, cercando di raggiungere il resto della villa dov’era il giardino con la fontana, il luogo dell’incontro…
Era ormai tardo pomeriggio e il colore del cielo era sfumato dell’arancione del tramonto. Il sole stava calando, togliendo pian piano la sua luce e il suo calore al mondo.
Oltrepassò l’angolo di un vecchio muro sgretolato, fino ad avere una visuale della fontana. Era semidistrutta. L’acqua aveva smesso e di scorrere e ora la pietra giaceva asciutta nella sua perenne solitudine.
E poi lì… Seduto sul bordo ancora intatto, c’era un uomo, abbigliato con la divisa formale dell’esercito Britannico.
Sedeva composto e assorto, mentre si passava tra le mani, stringendolo e sformandolo, il suo elegante berretto.
Aveva il viso vissuto di chi ha provato la guerra sulla sua pelle, aveva i gradi lucenti e le medaglie che splendevano sul suo petto.
La vide giungere, con passo leggero, e immediatamente scattò in piedi. Aveva gli stessi occhi color cielo del giovane e ingenuo Alan.
Con un misto di emozioni che si agitavano nel suo petto, fece un passo verso di lei, come se volesse correre ad abbracciarla. Ma poi si fermò.
Nei suoi occhi emerse un senso di stupore che la mise a disagio.
«Claire?»
Lei sorrise impacciatamente: «Sì, sono io… Come vedi ho mantenuto la mia promessa.»
Lui si avvicinò di un passo, tendendo una mano in avanti.
Lei fece altrettanto.
«Claire… che ti è successo?» Ora il suo tono sembrava quasi addolorato.
«Mi dispiace…» Rispose lei allungando le sue bianche ed esili dita «Ma ho mantenuto la mia promessa…»
Arrivarono quasi a sfiorarsi.
La mano di lei gli passò attraverso.
Alan fu scosso da un brivido. Poi fece un sorriso amaro: «È stato crudele il nostro destino… Ho visto tanto dolore e tanta morte in questi anni ingrati, e ora anche tu… Ancora una volta il tuo amore mi è stato negato.»
Claire assunse un’espressione triste, ritraendo la mano. «Non è il destino a essere crudele, ma l’uomo che lo genera. È stato l’uomo a premere il grilletto e a sparare il colpo che ha infranto il mio cuore. Ma non mi ha impedito di giungere fino a qui.»
«Mia amata Claire, mio angelo… Non è passato giorno che io non pensassi a te e alla mia voglia di rivederti…» Rispose Alan con gli occhi velati di lacrime.
«Ed è stato questo amore a ricondurmi qui per darti il mio ultimo saluto. Ero dispersa nelle tenebre… Solo il tuo pensiero mi ha permesso di trattenermi ancora su questa terra. Non potevo andare, non prima di aver onorato questa promessa.»
Alan strinse i pugni. «Che senso ha tutto quanto? Che ne sarà di me ora che ti perderò di nuovo?»
«Lei si fece più vicina e sorrise dolcemente: «Ricordi che mi dicesti? Non finirà come Romeo e Giulietta. Perciò vivi amore mio, vivi libero la tua vita e porta sempre nel cuore questo nostro amore insetinguibile, più forte di ogni barriera…»
Alan strizzò gli occhi e una lacrima gli scorse lungo la guancia, una soltanto, accarezzando i suoi contorni da uomo fatto, fino a posarsi sulle mostrine della sua divisa. «Avrei dovuto portarti con me allora, forse avrei potuto convincere la mia famiglia…»
Lei fece un gesto della mano, mozzandogli le parole e il fiato in gola: «Niente più rimpianti, niente rimorsi. Il passato è ormai svanito e ci ha lasciato questo grande amore. Non possiamo chiedere più di questo.»
Il suo viso era incredibilmente sereno e luminoso.
«Oh Claire, sei diventata così bella…»
Alan non poté fare a meno di muoversi verso di lei, con l’irrazionale desiderio di stringerla tra le braccia.
Ma il suo corpo incontrò solo una gelida brezza e l’immagine di Claire si dissolse, sciogliendosi, nella cupa luce del tramonto.


