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Questo è un racconto un po’ diverso da quello che scrivo di solito, una specie di romance storico o.O l’ho iniziato una decina di anni fa in seguito a un sogno, il titolo originale doveva essere “Non finirà come Romeo e Giulietta” ma era un po’ cacofonico xD il sogno si basava su una promessa di due amanti che, ostacolati dalle loro famiglie, si promettevano di rincontrarsi a distanza di dieci anni. Ho quindi iniziato il racconto immaginando che fosse quello il giorno dell’incontro, per poi fare un flashback su come i due si erano conosciuti. Lo scopo era di lasciare nel lettore il dubbio se lui si sarebbe presentato e se ci sarebbe stato il lieto fine. Il racconto è poi rimasto nel cassetto per lunghi anni, fermo al punto in cui i due siedono sulla fontana, poi qualche tempo fa mi sono decisa e ho detto “devo finirlo!” e così è nato questo finale alternativo e un po’ surreale…

Non sono pienamente soddisfatta di come è venuto e ne riconosco i difetti: la parte storica è molto vaga e superficiale, il modo in cui i due si innamorano è troppo forzato e sbrigativo, volevo dargli un tocco di fatalità, ripensando che in fondo Romeo e Giulietta si innamorano più o meno allo stesso modo XD però non mi sembra molto convincente. Sul finale non mi esprimo per non fare spoiler : D

Nota gossippara: il 31 di maggio è il giorno in cui ho incontrato il mio fidanzato *.* e non lo sapevo quando ho scritto il racconto °O°

Bando alle ciance, ecco qua, buona lettura ^^

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Alan e Claire

La giornata era grigia. Come migliaia di altre giornate.

Il cielo pallido faceva male agli occhi e tutto era senza colori, senza suoni, vuoto e leggero.

Come migliaia di altre giornate.

Era sul ponte, affacciata a osservare tristemente lo scorrere dell’acqua nel fresco venticello che sapeva così tanto di autunno.

Ma in fondo perché si sentiva tanto malinconica?

Dopo tanto tempo, tanta speranza, tante notti passate a guardare le stelle e voler lasciare tutto, sparire…

Ora i dieci anni erano passati e lei doveva ritornare.

C’era ancora qualcosa dentro, nel più profondo angolo del suo cuore che la obbligava a ritornare. Il sigillo di una promessa che era molto più forte di quanto sembrasse, di quanto avesse pensato in tutti quegli anni.

L’occhio le si spostò, come per confermare ciò che il contatto della sua mano le stava gridando da quando era uscita di casa quella mattina: il ruvido cuoio rovinato dal tempo di quel vecchio libro dalle pagine ingiallite.

Lesse per l’ultima volta il titolo semi cancellato.

Romeo e Giulietta” di William Shakespeare.

Quante volte l’aveva letto?

«Almeno un migliaio di volte. Ormai avrai già imparato a memoria ogni singola parola!» Le rispose una voce spensierata dalla sua mente; era una voce familiare, rassicurante, ma allo stesso tempo lontanissima.

Chiuse gli occhi per rievocare fantasmi passati e un fiume di ricordi la travolse, cogliendola di sorpresa.

Riaprì gli occhi per ritornare a fissare il fiume sotto di lei, decisamente più tranquillo.

«Hai paura?» Di nuovo quella voce.

Senza rendersene conto rispose: «Sì, ho paura. Dopo tanto tempo ho ancora paura. Ma ormai sono abituata ad avere paura, e sono abituata ad affrontarla da sola.»

Alzò il libro sopra la testa: «Forse ti stupirai, ma è chiaro che io sono cambiata. Sono stanca di questa storia che mi ha fatto piangere tante volte.»

«Non andrà a finire come Romeo e Giulietta.» Le rispose la voce.

Lei scagliò il libro nel vuoto, dopo un volo che parve non avere fine, questo cadde in acqua e scomparve. Per sempre.

Si strinse un po’ nel cappotto e iniziò a camminare, con la fredda consapevolezza che si stava sempre di più allontanando dalla sua casa, dalla sua città, dalla sua vita. Un’altra volta.

Ma in fondo, cosa aveva da perdere?

Nel peggiore dei casi, un po’ di tempo e il costo del viaggio.

E poi una promessa è una promessa.

Ripensò a quanto aveva pianto nel momento in cui l’aveva pronunciata. Ma era solo una ragazzina fragile.

Eppure, se era stata così dolorosa, forse poteva essere una cosa importante.

Così, adesso era lì sulla strada per la stazione pronta a morire di nuovo in fondo al cuore.

Nel peggiore dei casi.

Una donna sola, che si trascinava con eleganza per le vie, avvolta in un raffinato cappotto, in mano un piccolo bagaglio, in testa un cappellino scuro.

I capelli castani e ricci raccolti in uno chignon, il viso pallido, leggermente colorito sulle guance per effetto dell’aria pungente, le labbra rosate, delicate ma carnose, le sopracciglia ben disegnate, gli occhi nocciola, intensi ma trasparenti e leggermente tristi.

Stazione di Danzica.

Salì sul treno nel più cupo silenzio, come isolata dal resto del mondo dalla spessa aura di passato che covava nel suo intimo.

Si sistemò in uno scompartimento vuoto. Si sedette accanto al finestrino, gli occhi fissi sul cielo grigio.

Quando il treno partì ebbe un tuffo al cuore. E allora cominciò davvero a ricordare.

Nello stesso momento, una nave lasciò le coste inglesi per attraversare la Manica. C’erano molti passeggeri a bordo. Chissà…

Improvvisamente il tempo sembrò tornare indietro fino a una sera di dieci anni prima, in Francia, in una grande villa di campagna. Era il trentuno di maggio.

«Claire, tesoro, sei pronta? Gli invitati arriveranno a momenti!»

«Non ti preoccupare, maman.» Rispose con voce squillante e quasi divertita una ragazzina appena quindicenne, lunghi capelli ricci e castani, morbidi e ben pettinati, profondi e grandi occhi nocciola, trasparenti e senza pensieri.

«Vi prego, non agitatevi Mademoiselle Claire, altrimenti non posso allacciarvi il corsetto!» Sostenne pazientemente una serva piuttosto anziana ed energica.

«Ahi! Non così stretto! Non posso respirare!» Si lamentò la ragazza, scoppiando poi in una risata argentina, e finalmente accettò di buon grado di indossare il bel vestito color pesca che la serva teneva in mano mentre la seguiva per la stanza.

«Questa festa sarà terribilmente noiosa! Prima dovrò sorridere e far conoscenza con tutti gli invitati e poi, quando avrò finito sarà troppo tardi e non riuscirò a fare neppure un ballo, ma in fondo questo non è un male dal momento che detesto ballare…»

«Su, avanti Mademoiselle, adesso smettetela di lamentarvi. Vostro padre ha organizzato la festa per presentarvi alla nobiltà e all’alta borghesia,» replicò la serva, finendo di appuntarle piccoli fiori rosa fra i capelli, «adesso è il vostro momento, andate, vi aspettano.»

Claire si precipitò fuori dalla stanza fino a raggiungere suo padre che l’attendeva in cima alla scalinata, lei gli porse la mano e scesero insieme.

Tutti gli occhi erano puntati sulla graziosa figura della ragazza. Nessuno escluso.

Come Claire temeva, iniziarono le infinite presentazioni. Lei fingeva di apparire interessata a ogni discorso, sorridendo forzatamente alle decine di nomi e di volti che le apparivano davanti, con la voglia crescente di scappare via.

«… E questo è il figlio di Lord Hawkesworth, la sua famiglia appartiene alla nobiltà inglese.» Il ragazzo era poco più grande di lei, abbastanza alto e con la compostezza tipica britannica, i capelli lisci e un po’ lunghi color biondo cenere che portarono Claire per un momento a pensare alla nebbia londinese, che le era stata spesso descritta dagli amici di suo padre che viaggiavano molto e avevano visto l’Inghilterra. Questo pensiero fu quasi un lampo, ma la fece sorridere ugualmente, fu solo il primo impatto e un’occhiata di sfuggita, noncurante. Quando poi il ragazzo, con i modi più gentili che conosceva, si presentò personalmente, si costrinse a squadrarlo con discrezione.

«Alan John Edward Hawkesworth, lieto di fare la vostra conoscenza, Mademoiselle Deville.»

Al momento Claire parve non reagire, ma quando il ragazzo alzò lo sguardo dal suo breve inchino, lei si ritrovò fissa nei suoi occhi, due limpidi occhi azzurri. Una volta da piccola, quand’era stata al mare, era stata colpita dallo splendido colore dell’acqua, ma quell’azzurro lo superava in bellezza ben cento e cento volte.

Si sentì lievemente in imbarazzo per quel pensiero piuttosto sconveniente verso uno sconosciuto. Inconsapevolmente gli porse la mano. Lui la baciò dolcemente. Quel contatto le diede un sussulto e la fece arrossire.

La donna seduta sul treno si guardò il dorso della mano e sorrise leggermente. Si domandò se fosse arrossita di nuovo, ma non volle cercarne conferma. Tentò solo di continuare a ricordare.

Quando finalmente le presentazioni furono terminate, Claire sfuggì dalla vista di suo padre e, confondendosi tra gli invitati, sgattaiolò fuori nel giardino, sul retro della villa. Era illuminato solo dalla luna che si specchiava in una fontana colma d’acqua.

Si sedette sul bordo guardando verso il cielo, la testa iniziava a farle male, per via di tutte quelle forcine, le tolse, posandole accanto a lei con soddisfazione e si sciolse i capelli.

Sentì un calpestio alle sue spalle, sulla ghiaia, si voltò di scatto: «Chi è?»

«Chiedo scusa, non pensavo ci fosse qualcuno… Voi siete Mademoiselle Deville, non è così?»

«E voi siete Lord…»

«Hawkesworth.»

«Oh, già, Alan John Edward Hawkesworth.» Disse Claire con un risolino.

Lui indicò il posto accanto alla ragazza: «Posso?»

Claire annuì timidamente.

«Devo confessare di non essere un grande amante delle feste mondane e della bella vita parigina…»

«Questa non è una cosa molto carina da confessare a una ragazza francese, Lord Hawkes…»

Lui prevenne le sue difficoltà di pronuncia: «Chiamatemi semplicemente Alan.» Le fece un sorriso dolce e luminoso, Claire si sentì nuovamente in agitazione. «E chiedo scusa per la mia sfacciataggine, Mademoiselle Dev…»

«Claire.» Disse semplicemente lei, e poi ci fu silenzio. Rimasero a fissarsi così, per alcuni secondi, sotto la luna.

Poi iniziarono a conversare e la serata volò, mentre si raccontavano le proprie vite e i propri desideri nascosti, i sogni di due giovani schiavi dei loro destini.

«Tornato nel mio paese diventerò un fiero soldato di Sua Maestà.» Disse Alan con tono solenne «È una tradizione della mia famiglia che sono costretto a onorare…» C’era l’onore, sì, ma nel fondo della sua voce c’era anche tutto il peso di una scelta imposta.

Claire abbassò lo sguardo volgendosi a fissare l’acqua: «Io… sono promessa… ad un ricco prussiano. Finita l’estate dovrò partire e lasciare per sempre la mia amata Francia…»

Alan le prese la mano dolcemente, si chinò baciandogliela.

«Mia principessa, ora non posso nulla per salvarti da questo destino, ma un giorno sarò un uomo di valore, e allora ti salverò da questa vita… perché il mio cuore sente già una forza misteriosa che mi trascina verso di te. Claire, tu sei un angelo, una visione, un ricordo che non abbandonerà mai i miei sogni… Io… credo già di amarti…»

Claire arrossì timidamente, sentendo un’ondata di calore che investiva ogni angolo del suo esile corpo. «Mio cavaliere… e come pensi si scamparmi al mio fato? Già questo incontro ha il sapore amaro delle pagine di Romeo e Giulietta…»

«Non finirà come Romeo e Giulietta!» Rispose lui prontamente. «Sfiderò il tuo promesso a duello, lo ucciderò e tu sarai mia.» Le baciò di nuovo la mano, con più passione.

Per loro era un sentimento nuovo, una specie di gioco per sfuggire alla sorte.

«Quando?» Chiese Claire, divenuta stavolta impaziente, mentre le sue guance erano un fuoco inestinguibile in lotta con il fresco della notte. «Quando mi salverai?»

Alan rifletté un istante, abbassando il capo, poi lo rialzò con sguardo deciso: «Tra dieci anni. Saremo adulti e allora tornerò da te.»

Lo sguardo di Claire si fece triste e ansioso: «Ma come mi troverai se neppure io so dove vivrò? La Prussia è lontana e fredda…»

«Sarai tu a ritrovarmi. Qui. Fuggi dalla tua prigione e torna per un giorno soltanto in questo vecchio giardino. E io sarò qui ad attenderti e non ti lascerò mai più.» Stavolta si fece più audace e la strinse a sé.

Si guardarono negli occhi mentre i loro sospiri si sovrapponevano.

«Tra dieci anni. Qui.» Bisbigliò Claire.

In risposta Alan si fece più vicino, fino a posare le labbra dolcemente sulle sue.

«Ti aspetterò fino alla mezzanotte del 31 maggio 1921. E anche oltre se sarà necessario.» Il suo sguardo si fece più risoluto «E bada di venire, perché altrimenti ti verrò a cercare, dovessi anche setacciare i più sperduti angoli d’Europa e del mondo intero… Mia dolce Claire, è una promessa. Ci ritroveremo ancora.» La baciò di nuovo e lei si sciolse in quell’abbraccio caldo e rassicurante, dimentica di ogni cosa, persino del suo ingrato destino…

Un ricordo dolce e intenso che era rimasto con lei per tutti quegli anni, anni lunghi e tristi, anni di guerra e di morte…

Ma ora era di nuovo lì, per onorare quell’innocente promessa che mai aveva scordato.

Dopo un viaggio che parve interminabile, il treno imboccò la stazione di Parigi.

I freni produssero uno stridio assordante.

Claire scese tra il fumo bianco e caldo della locomotiva a vapore, ma non sentì quel calore sul suo corpo.

Faceva freddo, un freddo che la scavava dall’interno.

Si avviò all’uscita in cerca di un mezzo di trasporto che la conducesse fin nelle campagne.

Trovò solo un carretto che trasportava sacchi di farina.

L’Europa era reduce della Grande Guerra. Violentata. Dilaniata.

Gli anni infernali erano ormai passati, ma dovunque restavano i segni del passaggio di distruzione e morte.

Il vecchio gentile che le diede un passaggio non le rivolse la parola per tutta la durata del viaggio. Governava tranquillo il suo mulo, come se lei non ci fosse. Il suo viso era scavato e oltremodo invecchiato, i capelli grigi e radi si agitavano all’aria tiepida di quella primavera che aveva riportato ogni cosa a fiorire dopo il lungo inverno. Guardava davanti a sé, immerso nel suo silenzio, con un velo di rimpianto in fondo agli occhi scuri.

Rallentò nei pressi della vecchia villa e fece fermare il carretto con un incitamento al suo animale. Posò lo sguardo per un attimo su quelle vecchie rovine. Dieci anni erano pesati quanto un secolo. Della casa ormai non restava che qualche parete ostinata, il resto era crollato, distrutto dai bombardamenti.

Una morsa attanagliò il cuore di Claire, che con passo incerto si avviava a esplorare ciò che resteva di quella che un tempo era stata la sua dimora.

Con un nuovo incitamento, l’uomo spronò il mulo e fece ripartire il suo modesto carretto, sparendo pian piano verso l’orizzonte.

Un senso di solitudine la avvolse e un nuovo sentimento si fece strada dentro di lei. La paura. Il timore che quel viaggio fosse stato vano e che la sua solitudine si sarebbe trasformata in un lungo tuffo verso il vuoto assoluto dell’abbandono.

Si tolse il cappotto, lasciandolo scivolare a terra con noncuranza, e si avventurò tra le macerie, cercando di raggiungere il resto della villa dov’era il giardino con la fontana, il luogo dell’incontro…

Era ormai tardo pomeriggio e il colore del cielo era sfumato dell’arancione del tramonto. Il sole stava calando, togliendo pian piano la sua luce e il suo calore al mondo.

Oltrepassò l’angolo di un vecchio muro sgretolato, fino ad avere una visuale della fontana. Era semidistrutta. L’acqua aveva smesso e di scorrere e ora la pietra giaceva asciutta nella sua perenne solitudine.

E poi lì… Seduto sul bordo ancora intatto, c’era un uomo, abbigliato con la divisa formale dell’esercito Britannico.

Sedeva composto e assorto, mentre si passava tra le mani, stringendolo e sformandolo, il suo elegante berretto.

Aveva il viso vissuto di chi ha provato la guerra sulla sua pelle, aveva i gradi lucenti e le medaglie che splendevano sul suo petto.

La vide giungere, con passo leggero, e immediatamente scattò in piedi. Aveva gli stessi occhi color cielo del giovane e ingenuo Alan.

Con un misto di emozioni che si agitavano nel suo petto, fece un passo verso di lei, come se volesse correre ad abbracciarla. Ma poi si fermò.

Nei suoi occhi emerse un senso di stupore che la mise a disagio.

«Claire?»

Lei sorrise impacciatamente: «Sì, sono io… Come vedi ho mantenuto la mia promessa.»

Lui si avvicinò di un passo, tendendo una mano in avanti.

Lei fece altrettanto.

«Claire… che ti è successo?» Ora il suo tono sembrava quasi addolorato.

«Mi dispiace…» Rispose lei allungando le sue bianche ed esili dita «Ma ho mantenuto la mia promessa…»

Arrivarono quasi a sfiorarsi.

La mano di lei gli passò attraverso.

Alan fu scosso da un brivido. Poi fece un sorriso amaro: «È stato crudele il nostro destino… Ho visto tanto dolore e tanta morte in questi anni ingrati, e ora anche tu… Ancora una volta il tuo amore mi è stato negato.»

Claire assunse un’espressione triste, ritraendo la mano. «Non è il destino a essere crudele, ma l’uomo che lo genera. È stato l’uomo a premere il grilletto e a sparare il colpo che ha infranto il mio cuore. Ma non mi ha impedito di giungere fino a qui.»

«Mia amata Claire, mio angelo… Non è passato giorno che io non pensassi a te e alla mia voglia di rivederti…» Rispose Alan con gli occhi velati di lacrime.

«Ed è stato questo amore a ricondurmi qui per darti il mio ultimo saluto. Ero dispersa nelle tenebre… Solo il tuo pensiero mi ha permesso di trattenermi ancora su questa terra. Non potevo andare, non prima di aver onorato questa promessa.»

Alan strinse i pugni. «Che senso ha tutto quanto? Che ne sarà di me ora che ti perderò di nuovo?»

«Lei si fece più vicina e sorrise dolcemente: «Ricordi che mi dicesti? Non finirà come Romeo e Giulietta. Perciò vivi amore mio, vivi libero la tua vita e porta sempre nel cuore questo nostro amore insetinguibile, più forte di ogni barriera…»

Alan strizzò gli occhi e una lacrima gli scorse lungo la guancia, una soltanto, accarezzando i suoi contorni da uomo fatto, fino a posarsi sulle mostrine della sua divisa. «Avrei dovuto portarti con me allora, forse avrei potuto convincere la mia famiglia…»

Lei fece un gesto della mano, mozzandogli le parole e il fiato in gola: «Niente più rimpianti, niente rimorsi. Il passato è ormai svanito e ci ha lasciato questo grande amore. Non possiamo chiedere più di questo.»

Il suo viso era incredibilmente sereno e luminoso.

«Oh Claire, sei diventata così bella…»

Alan non poté fare a meno di muoversi verso di lei, con l’irrazionale desiderio di stringerla tra le braccia.

Ma il suo corpo incontrò solo una gelida brezza e l’immagine di Claire si dissolse, sciogliendosi, nella cupa luce del tramonto.

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