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Qui torniamo in ambiente futuristico, fantascientifico – antropologico (ma esiste? XD)

Questo racconto ovviamente fa emergere il mio amore per i giapponesi *.* e tocca un tema alquanto delicato, quello della segregazione razziale e dell’ingegneria genetica (eh eh ogni tanto pure io parlo di cose serie e profonde u.u).

Ho presentato uno scenario leggermente inquietante di un mondo futuro che ha ceduto alla scienza dimenticandosi della sua umanità, la speranza di riscatto è un filo sottile legato alla semplicità dell’animo dei due protagonisti che sanno trovare il bello anche in un mondo malato e freddo.

Insomma spero di trasmettere qualcosa con questo racconto e spero di non offendere nessuno, se così fosse vi assicuro che non era mia intenzione, ho un approccio piuttosto distaccato e diciamo pragmatico rispetto a queste cose che può essere frainteso xD

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9/01/00

Hiroshi

Questa mattina ho quasi perso un braccio solo per vedere il cielo.

Tutta colpa di quei robot ricognitori: non solo sono sensibili ai rumori e al movimento, i nuovi modelli perfezionati registrano anche il calore corporeo, i battiti cardiaci, le frequenze respiratorie… presto saranno anche in grado di leggere il DNA a duecento metri di distanza?

Fatto sta che li hanno piazzati all’imbocco del tunnel e tutto attorno al perimetro: io volevo solo dare un’occhiata in alto e quell’ammasso di ferraglia mi ha sparato addosso.

Ho perso molto sangue, ma era solo un colpo di striscio e me la caverò con una bella cicatrice. Ma il messaggio è stato più che chiaro: nessuno esce dal ghetto, chiunque sia. Purtroppo non hanno ancora inventato dei robot che riconoscano le qualifiche professionali; anche se non è il mio campo, potrei sempre proporlo alla prossima conferenza dell’Unione, almeno gli scienziati potranno ossigenarsi meglio il cervello.

Hiroshi comunque si è arrabbiato molto e ha detto di non rifare più una sciocchezza del genere. Io non sono dove dovrei essere e se qualcuno mi trova, tutti quelli che mi hanno protetta passeranno dei guai grossi.

E non voglio neppure pensare cosa farebbero a Hiroshi se scoprissero…

Il problema è il colore della mia pelle.

Io sono bianca, pura razza bianca frutto di infinite ricerche genetiche e manipolazioni di DNA e naturalmente nata in una provetta, uno di quei fragili contenitori di vetro passata fra le mani di chissà quanti scienziati, identica a quelle che io ho maneggiato per tutta la mia vita (vita che ammonta a quasi ventidue anni). Secondo gli esperti io sarei uno dei tanti “perfetti” che hanno potere e importanza in questo mondo, nata da una brillante idea del primo Generale Supremo dell’Unione.

L’Unione è una specie di federazione costituita dagli Stati che sono rimasti interi dopo la guerra atomica, sì, perché gli altri sono stati letteralmente polverizzati.

Adesso c’è molto più mare attorno a noi, una sconfinata distesa di acqua morta; in compenso, non ci sono quasi più alberi e un numero incalcolabile di specie animali. Alcune razze sono sopravvissute, purtroppo la maggior parte è costituita da uomini.

Alla fine della guerra, tra le macerie, quando le lacrime si sono esaurite, è arrivata feroce la rabbia, come uno sciacallo, (uno dei pochi animali che si può ancora trovare da qualche parte) e nella disperazione si è cercato di attribuire colpe all’uno o all’altro Paese, all’una o all’altra razza.

I vincitori erano stati i bianchi, non si sa se perché avessero armi più potenti o solo per fortuna, e tra loro un militare, appoggiato dalle sue truppe, ha preso il comando nominandosi Generale Supremo, ha fondato l’Unione assoggettando i cittadini a una dittatura militare. Il suo punto di forza sono state le idee rivoluzionare tese a eliminare prima i soggetti scomodi e potenzialmente pericolosi, e poi le caratteristiche umane considerate nocive.

Questo è successo settant’anni fa.

Oggi quelle idee sono diventate la normalità.

Sono stati costruiti laboratori genetici sempre più sofisticati che si occupano di produrre individui “perfetti” in serie. Io ho lavorato lì da quando avevo quattordici anni e da allora i progressi sono stati sempre più veloci, troppo veloci. Si prevede, per la fine del millennio, di eliminare definitivamente ogni altra razza.

Sono stati presi alcuni geni dalla razza nera, altri da quella gialla e sono stati combinati con il DNA bianco. Semplice: si ottengono uomini belli, intelligenti e fisicamente forti. Non è come un sogno diventato realtà?

Peccato che ai superstiti delle altre razze non sia più permesso avere figli e che quelli oppostisi (ma anche quelli no) siano stati rinchiusi in questi enormi bunker che non sono altro che ghetti semi-sotterranei.

Hiroshi è giapponese.

Anche se il Giappone ora non esiste più, la sua famiglia è riuscita ad andare avanti fino ad oggi.

Ci è riuscita solo perché per molto tempo si è lavorato sulla purificazione delle razze, ossia controllare che le nascite avvenissero all’interno dello stesso ceppo per poter avere dei geni stabili su cui lavorare.

L’incontro tra razze diverse significherebbe inquinare il codice genetico e provocare gravi danni alla ricerca scientifica, perciò un reato del genere è punito con la morte. I colpevoli vengono bruciati vivi, proprio come si faceva millenni fa con gli eretici.

Con questo sistema alcune etnie si sono salvate, anche se relegate in zone sorvegliate e protette: i bianchi nordeuropei, i neri centroafricani, i papua oceanici, i cinesi, i giapponesi, e gli arabi solo a titolo di studio. È stato facile ricavare poi da ognuno le caratteristiche migliori da attribuire al nuovo genere umano.

Io sono nata e cresciuta in questa situazione e non avevo mai capito niente finché non ho conosciuto Hiroshi.

Sono specializzata nello studio delle etnie dell’estremo oriente (che adesso rientra tra le così dette “Nazioni morte”) e ne sono sempre stata affascinata, perciò, ero soddisfatta della professione che era stata scelta per me, ma è normale dal momento che è inserito nei miei geni!

Grazie alla mia posizione, lavoravo in uno dei più importanti laboratori dell’Unione, nella Nuova Europa (che poco conserva della vecchia) che ora è un’isola più decentrata verso est, ed è la stessa regione in cui risiede il Generale Supremo.

Hiroshi ha ventitré anni, era uno dei soggetti che stavamo studiando, la sua era una delle famiglie più controllate perché nel suo albero genealogico c’erano molti fisici, ingegneri elettronici e ricercatori e non erano riscontrate malattie o disfunzioni ereditarie, quindi il suo materiale sarebbe stato molto prezioso.

Un giorno, durante uno dei test, mentre eravamo soli in laboratorio, mi chiese se avessi visto il cielo.

Io scoppiai a ridere. Certo che l’avevo visto! Era tutto sopra di noi, dietro alle nubi tossiche, era sempre lì e sempre uguale; venendo al lavoro era inevitabile che lo vedessi e non riuscivo a capire che importanza potesse avere.

Hiroshi mi disse che non lo vedeva da quando aveva visto me l’ultima volta, perché dai ghetti non si poteva uscire e l’unico modo che aveva di vedere il cielo era durante il viaggio che lo portava da me.

Non riuscivo a rendermi conto del perché ci tenesse tanto a vedere quella cosa grigiastra tanto monotona, ma da quel giorno non ho fatto che ripensarci e ogni volta che da casa andavo al lavoro non potevo fare a meno di guardare in alto.

Era sempre così deprimente e pieno di nuvole velenose e avevo sempre creduto che fosse una fortuna non doverlo vedere ogni giorno.

Perché Hiroshi lo trovava tanto bello?

Un giorno mi decisi e glielo chiesi.

Lui mi rispose che lo faceva sentire un po’ più libero.

E di nuovo io non capii.

Io non capivo a cosa servisse la libertà, mi era sempre sembrato normale non averla: la libertà non era altro che il vagabondaggio di animali randagi che cercano cibo tra le macerie, l’avevo sempre collegata a quell’immagine.

Hiroshi mi raccontò che qualche volta, se guardi il cielo con attenzione, finché gli occhi non ti fanno male, riesci addirittura a vedere delle macchioline di azzurro e allora sembra quasi più profondo e più infinito ed è tanto bello perché fa anche un po’ paura.

L’unica cosa di cui avevo paura io, erano i cancri e le malattie incurabili, eppure non ci avevo mai trovato niente di bello.

Io vivevo in modo normale, schematico, facendo tutto quello che era previsto dal Codice. Anche nei ghetti era tutto programmato: le professioni erano decise in base alle caratteristiche genetiche, anche se le differenze fra i tipi di occupazione erano spesso marginali; essendo tutto automatizzato, i lavori fisici erano ridotti al minimo, quindi si considerava principalmente la propensione per l’uno o l’altro campo.

Nel ghetto di Hiroshi erano tutti giapponesi puri, c’erano alcuni scienziati e molti soggetti di studio, ma la maggioranza era addetta alla supervisione delle macchine: tutto il resto era fatto dai robot.

Nonostante i controlli fossero rigorosi, era concesso conservare alcune antiche tradizioni della loro popolazione al fine di valutarne l’impatto sullo sviluppo delle facoltà mentali: erano molte le attività fisiche e intellettuali approvate e regolamentate dall’Unione che favorivano l’attività celebrale.

Hiroshi avrebbe dovuto essere felice di vivere in quel sistema così efficiente, eppure non lo era.

Mi disse di aver avuto un amico, suo coetaneo, quando era bambino, sotto osservazione come lui, per una anomalia genetica il suo codice era risultato alterato e impuro, quindi era stato allontanato dagli altri insieme ai suoi genitori, catalogato come materiale scadente.

Quelli come lui erano messi a vivere nei ghetti misti dove convivevano gli appartenenti a razze non pure, sfuggite al controllo genetico, (scarti di laboratorio): non avevano una regolamentazione ed erano abbandonati a se stessi, nella speranza che si estinguessero da soli, controllandoli soltanto attraverso un censimento periodico.

Mi chiese se c’ero mai stata. Risposi che era materiale inservibile e sarebbe stata una perdita di tempo.

Lui mi guardò cono un briciolo di delusione in fondo agli occhi, disse che anche quei soggetti erano persone come noi, e gli sarebbe piaciuto andare a vivere lì dove la gente era un po’ più libera.

Hiroshi era un elemento troppo prezioso per la ricerca: la sua purezza era praticamente perfetta, risultato di anni e anni di sperimentazioni, e perdere uno come lui sarebbe stato un danno inestimabile.

Sembrava proprio che fossero stati eliminati tutti i caratteri recessivi dal suo DNA, grazie a lui si sarebbe potuto fare un enorme passo avanti per ricavare materiale stabile da impiegare nella produzione di nuovi soggetti “più che perfetti”.

Io non capivo la sua voglia di libertà e lui non capiva il mio entusiasmo nello studiarlo.

Allora lui mi fece una domanda che non dimenticherò mai: mi chiese se avremmo potuto guardare il cielo insieme.

Io rimasi disorientata: mi stava facendo la richiesta più semplice di questo mondo, era una cosa da niente, eppure io non potevo soddisfarla. Non ne avevo la facoltà.

Insomma, potevo avere tutto quello che mi serviva e forse anche di più, eppure non potevo portare Hiroshi fuori dal laboratorio, vederlo più felice: non ero autorizzata.

Per fare una cosa del genere avrei dovuto chiedere il permesso alle autorità superiori, e sapevo per certo che non me l’avrebbero mai concesso perché era una richiesta insensata.

Non potevo nonostante lo volessi.

Hiroshi si rese conto del mio smarrimento, si accorse che stavo cominciando a capire. Mi chiese se sapevo cosa succedeva quando dai censimenti nei ghetti misti si scopriva che dei figli erano nati senza autorizzazione.

Non lo sapevo, non l’avevo mai neppure considerato: perché qualcuno avrebbe dovuto dare alla luce degli impuri?

Lui disse che se venivano scoperti, sia i genitori che i figli venivano condannati a morte, e la loro unica colpa era stata amare.

Ma io sapevo cosa significasse amare? Era un’altra delle cose che non potevo conoscere.

Avevo una madre che non ho mai conosciuto, ma ho anche un padre a differenza di molti altri “perfetti” e ho sempre provato affetto per lui, naturalmente, ma un affetto distaccato e indifferente.

Io sono stata destinata alla scienza, so che il mio materiale genetico è prezioso forse più di quello di Hiroshi perché è dalla pura razza bianca che si ricaveranno i “più che perfetti”; perciò sarei dovuta restare per tutta la vita in laboratorio e forse i miei geni sarebbero stati usati per un embrione da impiantare in una delle donne meno pure di me destinate a portare avanti le gravidanze.

Ma che senso aveva questa ricerca frenetica?

Cosa avevamo di sbagliato io e Hiroshi perché in futuro non ci starebbe stato più nessuno simile a noi?

E perché non potevamo guardare insieme il cielo?

Più lo conoscevo e più mi rendevo conto che era una persona speciale.

Io e lui eravamo diversi, estremamente diversi ma per un unico semplice motivo: lui era vivo perché aveva dei desideri.

Io fino a poco tempo prima non sapevo neppure cosa significasse. Quello che stavano cercando di ottenere con quelle inutili ricerche era creare tanti individui tutti uguali, senza volontà, sempre più simili ai robot che avevano costruito, e anch’io ero così: un corpo completamente vuoto.

Finalmente avevo capito, mi era bastato guardare il cielo.

Poi, un giorno, Hiroshi mi chiese di scappare con lui.

Andare via, mollare tutto per cercare un luogo di cui ovunque nei ghetti si parlava: una terra al di fuori dei confini dell’Unione, al di là del mare, sfuggita al controllo razziale dove le persone erano davvero libere.

Per conoscere le coordinate, la posizione esatta, si sarebbe dovuti passare per uno dei ghetti misti di razza gialla della nostra regione, vicino alla costa, a due ore da dove ci trovavamo ora, lì qualcuno stava già organizzando un piano per la grande fuga.

Senza noi due, la ricerca genetica avrebbe senz’altro fatto un passo indietro di quindici anni, ma non era sufficiente, non potevo permettere che le cose continuassero ad andare avanti.

Allora presi la mia decisione.

Eravamo alle porte della conferenza scientifica semestrale e con il pretesto di dover ultimare la mia relazione, ottenni il permesso di trattenermi nel laboratorio con Hiroshi oltre l’orario normale.

Di notte la sorveglianza era dimezzata per via del coprifuoco, con la mia tessera magnetica potevo disattivare i robot ricognitori e uscire dall’area con uno dei mezzi di servizio.

Ma prima di ogni altra cosa distrussi tutto il mio archivio, il risultato di otto lunghi anni di studi.

Lasciare il laboratorio fu semplice, infondo i robot non erano che macchine impotenti. E un mezzo con il nome del laboratorio non destava sospetti.

Il viaggio fu lungo e silenzioso. Nessuno dei due riuscì a dire niente.

Abbandonammo il mezzo a tre o quattrocento metri dal bunker e proseguimmo a piedi attraverso l’arida campagna.

Tutto attorno a noi non c’era niente e nessuno, ma i ricognitori erano appostati attorno al bunker-ghetto.

Mentre eravamo ancora lontani, in mezzo al niente, Hiroshi mi fermò.

Adesso potevamo guardare insieme il cielo, anche se era buio e tutto nero, se non c’erano né luna né stelle, ma guardando con attenzione si riusciva a vedere qualche piccola macchiolina di blu.

E fu così, mentre stavo con lo sguardo perso verso l’alto che Hiroshi mi baciò per la prima volta, e fu allora che capii che stavo facendo la cosa giusta.

Il ghetto aveva un secondo accesso sul lato posteriore per l’espulsione dei rifiuti e degli scarti di lavorazione. C’era già qualcuno che ci aspettava lì per farci entrare.

I robot da quel lato erano solo due del vecchio modello che rilevava il movimento e i rumori, ma non erano dotati di visione notturna ed era troppo buio perché potessero vederci.

Potevano sentire i nostri passi, ma sarebbe bastato un rumore più forte da un’altra direzione per distoglierli da noi, ed era questo il compito dell’amico di Hiroshi: alle due in punto aprì il portello per espellere dei vecchi rottami e noi dovemmo correre il più in fretta possibile verso di lui.

Uno dei robot, però, rivelò ugualmente qualcosa di anomalo e cominciò a sparare. Un colpo di rimbalzo prese Hiroshi ad una gamba, ma solo di striscio, e noi ormai eravamo dentro.

Qui dentro la vita è dura, bisogna lavorare sodo per guadagnarsi da mangiare, i viveri arrivano una volta al mese dal governo centrale, ma non sono mai sufficienti, così hanno realizzato una sorta di rozzo sistema di coltivazione su terreno biologicamente modificato, i campi sono grandi e la terra difficile e hanno bisogno di molte cure, ci sono addirittura alcuni animali da latte e da carne che vivono qua sotto come tutti, senza sole; perciò gli impuri sono considerati incivili dalle altre razze.

Io sono felice di essere qui e ho scoperto delle cose che mi erano sconosciute: la solidarietà, l’amicizia e l’amore, e non è giusto che tutto questo finisca.

Qualche volta, durante la ronda, riusciamo persino a guardare il cielo, da una piccola apertura nascosta, e in quei momenti mi sembra davvero di essere un po’ più libera.

Hiroshi dice che gli piace l’espressione serena che ho quando guardo in su e mi promette che un giorno potremo guardare sempre verso l’infinito e cercare quelle macchioline di azzurro che lo fanno sembrare tanto bello perché fa anche un po’ paura.

Per il momento siamo al sicuro, ma i vigilanti saranno sulle nostre tracce e non potremo stare nascosti ancora per molto.

Tutti si stanno organizzando per mettere fuori uso i robot di guardia e per rimediare una nave che attraversi il mare, che ci porti via verso quella terra libera.

Io non so se esista o meno, ma credo che la cosa più importante sia la nostra volontà di trovarla che ci spingerà a combattere per difendere quello che desideriamo.

Ci vorranno tempo, armi e sangue, forse addirittura una nuova guerra, altro dolore e altre macerie e purtroppo altra rabbia.

Infondo penso che il nostro mondo non sappia vivere senza la guerra, ma chissà, magari un giorno arriverà davvero una pace autentica che abbatta i rancori e i pregiudizi, quella che da sempre stiamo aspettando, in cui tutti quanti credano nella vita. E sono tanti i focolai di rivolta all’interno dell’Unione, anche se tutto viene messo a tacere.

L’unico modo per ottenere davvero individui privi di cuore è costruire dei robot senza volontà propria, ed è di questo che il Generale Supremo dovrà rendersi conto.

Non riusciranno mai a creare una razza perfettamente pura perché il sangue si mischia di nuovo come ha sempre fatto e come continuerà a fare per il resto dei giorni: è un processo naturale che nessuno potrà mai cancellare. Perché in fondo, la vita è sempre la più forte.

Oggi ho detto a Hiroshi che sono incinta.

Non avrei mai creduto che potesse succedere, ma ormai non ho più dubbi.

Lui ne è incredibilmente felice, e mi ha guardato nello stesso modo in cui guarda il cielo.

Un giorno porterò mio figlio davanti al Generale Supremo, per mostrargli qual è l’aspetto di una persona libera.

E voglio che tutti sappiano che ho inquinato una razza pura.

Voglio che tutti sappiano che il sangue del Generale Supremo che scorre nelle mie vene è stato mischiato e corrotto.

Ma soprattutto voglio che tutti sappiano che io e Hiroshi siamo felici, perché in questo modo abbiamo vissuto davvero.

Ecco un racconto in bilico tra fantascienza e cyberpunk (un genere che mi stimola alquanto *w*)

Questo racconto è del 2000 ed è da un po’ che gira XD l’ho infilato un po’ in tutti i miei siti web xD

Mi piace l’atmosfera e sono affezionata ai personaggi anche se la trama e la scrittura non sono così esaltanti, è un po’ lacunoso diciamo xD ma è un po’ il racconto che ha gettato le basi per un progetto che forse porterò avanti fra qualche tempo *.* Cyber I’m coming!

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­31/12/00 – 20.32

Zero


«Perché?»

«Io sono solo un esecutore.»

«Perché mi hai ucciso?»

«Perché sei perfetto.»

Risveglio.

«Shin.»

«Haya.»

«Sei sempre qui?»

«Ti devo tenere sotto controllo, Loro non vogliono che tu ti tolga la vita. Hai delle cose importanti da fare.»

«Perché proprio tu? Perché farmi proteggere dall’essere che ha ucciso la mia unica ragione di vita?»

«Non puoi legarti alla perfezione, la perfezione non esiste.»

«Ma lui esisteva! Sei era vivo, lo sentivo respirare e muoversi… cos’aveva di tanto perfetto?»

«Sei era puro, senza difetti.»

«Puro? Ha amato e odiato come chiunque altro può fare, e anche lui aveva le mani sporche di sangue!»

«A volte il sangue può essere più puro dell’acqua.»

«Stai cercando di dire che io l’ho amato solo perché era perfetto?»

«È possibile. Loro non hanno controllo sui sentimenti.»

«Parli degli esseri umani come se fossero macchine!»

«In un certo senso lo siete.»

Haya si alza, volano le lenzuola nel silenzio della stanza vuota, entra una luce che forse è di mattino.

Si aggrappa con rabbia alle braccia di Shin, al suo impermeabile nero, fissa i suoi occhi di vetro sotto i lunghi, neri capelli.

«E tu cosa sei? Cosa sono Loro

«Qualcosa che non puoi capire. Vestiti, è giorno, e hai delle cose importanti da fare. Devo guidarti.»

Haya indossa la tuta di pelle nera, l’uniforme di quando lavorava per il Governo Centrale.

Il palazzo è grande, vuoto, sgretolato e corroso dal suo abbandono.

Haya lo lascia e continua il suo viaggio sotto l’ombra di Shin.

«Dove stiamo andando?»

«Al laboratorio della zona 7.»

«Ma la zona 7 è stata distrutta dai bombardamenti! Era il rifugio dei disertori. Cosa potremmo mai trovare lì?»

«I risultati delle loro ricerche. E un superstite.»

«Un superstite?»

Le strade sono frantumate e polverose e coperte di rottami e rovine; il fumo si leva ancora, come nebbia, dalle carcasse senza vita di armi micidiali e circuiti elettrici e metallo.

La zona 7 è distrutta. Dalla terra e dai cumuli di macerie sporgono travi di ferro e cemento come forche o come croci, o come lapidi.

Shin si fa strada tra le rovine e si ferma davanti a una lastra di cemento armato inclinata su altri resti, macchiati di olio o ruggine, o sangue.

«È qua sotto, l’entrata.»

«E come si apre? Ci vorrebbe una carica per farla saltare.»

«Non è necessario. Ti posso aiutare per questo.»

Shin alza un dito e la lastra si sposta come fosse una piuma, leggera.

«Ma come hai fatto? Hai usato un dispositivo antigravità o cosa?»

Shin non risponde, dà una spinta nell’aria e una botola si apre nel suolo.

«Ecco il laboratorio.»

Haya lo guarda, ma poi decide di iniziare a scendere.

Il laboratorio è buio, illuminato solo dalla grigia luce del giorno che viene dall’alto. Qualcosa si muove.

«Eccolo, è lui.»

Haya prende una torcia e vede.

Schiere di corpi ammucchiati sul pavimento, a ridosso di macchinari spenti.

«E’ stata l’asfissia, o i gas, ma non tutti sono morti.» Dice Shin.

Qualcuno esce dal buio con passo strascicato. «Chi siete?»

Haya sente la sua voce e il sangue le si gela. Solleva il raggio luminoso su di lui.

Anche solo il movimento della mano a schermarsi gli occhi è inconfondibile, la struttura fisica, l’altezza, i capelli castani, gli stessi, sembra tutta un’illusione, un crudele scherzo della memoria.

«Mostra il tuo volto.» Dice Shin. Ogni cosa lui dica viene naturale ascoltarla. Il superstite abbassa la mano.

Haya vede il suo volto e i suoi occhi, di quel colore che sembra quasi verde, ma che potrebbe benissimo cambiare da un momento all’altro…
«Sei!» La torcia cade con uno schianto secco, e torna il buio, una penombra grigia in cui ogni cosa si semplifica in un’ombra scura.

«Come sai il mio nome? Non ti ho vista in faccia, ci conosciamo?» Lui raccoglie la torcia che tra le sue mani si riaccende.

«Sono… sono io… sono Haya.»

La illumina e la osserva, vede solo una donna dagli occhi scuri e i capelli neri, tagliati corti, che le ricadono sul viso. «Non so chi tu sia.»

«Ma… che significa?»

«Lo scoprirai, se vuoi, Haya.» Dice Shin. «Sei, vieni con noi.»

«Non vado da nessuna parte, non vi conosco.»

«Se nel tuo destino era scritto che dovevamo ucciderti ora, saresti già morto, ma sei ancora qui. Ti sei mai chiesto perché, quando tutti i tuoi compagni sono riversi a terra? Seguici se vuoi delle risposte.»

«E va bene, non ho più voglia di combattere.»

«Tu non sei lui.» Haya esce nella luce del giorno. «Sei non avrebbe mai detto una cosa del genere.»

Shin e Sei la seguono.

«Io sono Sei

Shin lo guarda e sorride. «Certo che lo sei.»

«E adesso?»

«Adesso dobbiamo rifugiarci in quel grattacielo semi distrutto e parlare, e attendere.»

«Attendere cosa?»

«Quello che verrà.»

È uno dei tanti giorni di un anno che ha ormai dimenticato il suo valore.

In una terra che forse un giorno aveva un nome importante, ma ora è solo il campo di battaglia di un Impero che lotta per la sua coesione e non vede altro che il suo corpo che si sfalda e si trasforma sempre più in una riproduzione meccanica di ciò che era.

C’è chi lotta contro di lui e muore, c’è chi lotta per lui ma non sa il perché e c’è chi muore e basta o perde tutto quello per cui valeva vivere.

Haya combatteva da mercenaria per l’Impero finché Sei non è stato ucciso da Shin e finché Shin non le ha affidato un nuovo compito che non conosce ancora.

Il Sei che Haya ha visto morire era un soldato del Governo Centrale che le era stato affiancato nella lotta contro la resistenza per una missione sporca e ormai inutile.

Dovevano uccidere un uomo che lavorava al laboratorio segreto della zona 7, un esperto di macchine che era riuscito a violare il sistema e a venire a conoscenza di informazioni riservate, la sua identità era sconosciuta, ma il suo nome in codice era Zero.

«È così che ero chiamato, Zero.- Dice Sei, il Sei che hanno trovato nel laboratorio.

«Il Governo mi aveva mandato a ucciderti.»

«Non stento a crederci. Sono entrato nel loro sistema centrale e ho visto cose che non avrei dovuto.»

Haya lo osserva, ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola, sono identici ai suoi. «Shin, perché lui è tanto uguale a Sei

«Forse lui lo sa.»

«Te l’ho detto Haya, io sono Sei

«Non pronunciare il mio nome con la sua voce.»

«Questa è la mia voce.»

«Cosa sei… un clone?»

«No. Ma so cosa significa il mio nome per l’Impero. È l’abbreviazione del codice di un progetto segreto: “Seimei” che significa “vita”. Un esperimento genetico.»

«Vuoi dire che Sei è il risultato di un esperimento! Ma non ha senso! Lui era un soldato, e tu… tu sei uguale a lui! Perché?»

Shin le pone una mano sulla spalla. «Calmati Haya.»

«Tu sai la verità?»

«Volevano mettere Sei alla prova per l’ultima volta, vedere se era davvero un essere perfetto, se sarebbe andato fino in fondo e avrebbe ucciso suo fratello. Questa per il Governo è la purezza che vogliono ottenere.»

«Fratello?»

«Sì. Il Sei che tu hai conosciuto era il mio gemello. Risulta tutto dagli archivi del computer che ho violato. Hanno agito a livello cellulare per controllare non solo il corpo, ma anche la mente e i pensieri. Il loro Sei doveva essere puro, privo di debolezze umane e di cedimenti psichici, un soldato in grado di reggere a qualsiasi tensione, insomma. E a quanto pare c’erano riusciti. C’era stato solo un piccolo inconveniente, perché i bambini nati dalla donna che si era sottoposta alla gravidanza indotta erano stati due, gemelli e perfettamente identici. Solo dopo la nascita è stato possibile distinguerli. Il mio encefalogramma presentava delle alterazioni, così hanno scelto mio fratello. In teoria, il fatto che fossimo in due era per gli scienziati un vantaggio, avrebbero potuto studiare le nostre differenze, ma andò storta un’altra cosa: mia madre, credendo che ci avrebbero uccisi, riuscì a scappare dal laboratorio e mi portò via con sé. Il suo spirito era rimasto scosso dall’esperimento, o forse era scioccata da quello che aveva visto fare ai suoi figli. Perciò si rifugiò qui e si unì alla resistenza. Io sono cresciuto tra queste rovine, in mezzo ai bombardamenti, giocando con fucili e computer. Un po’ come ha fatto l’altro Sei. Mia madre mi ha chiamato come lui, forse solo per espiare quello che aveva fatto…»

«Tu sai… sai che Sei…»

«E’ morto. Lo so. E’ successo una settimana fa, vero?»

«Come… come lo sai?»

«Io l’ho… sentito. Ci sono molte cose strane in me.»

«E tu sai anche come è morto?»

«Qualcuno l’ha ucciso davanti agli occhi di una persona che era molto importante per lui. È morto con un colpo secco al cuore, e ha sanguinato, molto…»

Haya si copre il volto con le mani, cercando di nascondere le lacrime contro cui non sa lottare. Rivede la scena in tutti i suoi particolari: di notte, in quel vicolo buio, durante l’appostamento. Shin che appare dal nulla, con il suo impermeabile nero, i capelli lunghi che gli adombrano il volto. Sei che dice: «Chi è là?»

«Mi chiamo Shin, Loro mi hanno mandato per ucciderti.»

Haya grida: «Loro chi?»

Ma prima che possano fare una qualsiasi mossa, Shin alza la mano verso di loro e Sei si inginocchia a terra con i pugni stretti al petto.

Sei guarda Shin e chiede: «Perché devi uccidermi?»

«Perché sei perfetto.»

Shin dà un colpo all’aria e Sei cade a terra e incomincia a sanguinare…

L’altro Sei guarda Shin con amarezza. «Sei stato tu, vero?»

«Così mi è stato ordinato.»

«Sì, lo so, l’ho visto in sogno, l’ho vissuto…»

Il sogno.

Nel sogno di Haya le parole di Sei erano diverse, lui diceva: “Perché mi hai ucciso?”

«Eri tu, sei tu quello che vedo nel mio sogno da quella notte!»

«Potrei essere io, potremmo essere entrambi.»

«Shin! Cosa significa tutto questo? Perché mi hai fatto incontrare con lui dopo che hai ucciso Sei davanti ai miei occhi? Cosa vuoi ancora da me?! Cosa c’è di tanto importante perché io debba continuare a vivere? Non ho già sofferto abbastanza?!»

Secco, Sei le dà uno schiaffo.

«Sei questo non l’avrebbe mai fatto! È lui che dovresti colpire, è lui quello che ha ucciso tuo fratello senza motivo!»

«Non so cosa sia lui, ma è qualcosa di più grande di noi contro cui non possiamo niente.»

«Come fai a dire certe cose? Come fai a saperlo?»

«Nello stesso modo in cui ho sentito morire mio fratello, nello stesso modo in cui ho fatto accendere la tua torcia che si era rotta cadendo sul pavimento del laboratorio, nello stesso modo in cui ti ho sempre vista attraverso gli occhi di Sei… e ho sofferto per quanto tu l’amavi e per quanto l’ami ancora…»

Haya si lascia cadere, si appoggia al muro grigio e sgretolato e fissa nel vuoto. «Perché? Non riesco a capire. Che motivo c’era di uccidere Sei? Davvero, se avessimo trovato Zero e lui avesse scoperto che era suo fratello, l’avrebbe ucciso ugualmente?»

Shin le risponde: «No, non l’avrebbe fatto.»

Haya alza la testa verso di lui con lo sguardo vuoto, inconsapevole.

«Non è questa la purezza, è solo assenza di sentimenti. Sei era risultato diverso da come avevano previsto, per gli scienziati era risultato difettoso, non avevano capito, perché non sono in grado di concepirlo, che avevano creato la perfezione, una cosa che non può esistere. Perciò Loro mi hanno mandato, per impedire che l’errore si ripeta.»

«Ma perché non può esistere la perfezione?»

«Perché è contro ogni equilibrio. L’esistenza è regolata dall’equilibrio degli opposti. Sei era troppo puro perché esistesse qualcosa di altrettanto corrotto da poterglisi opporre. Perciò doveva cessare di esistere prima di incontrare suo fratello.»

«Che vuoi dire?»

«Sei aveva un’unica debolezza, ed eri tu Haya: i tuoi difetti si riflettevano su di lui, ma il giorno che avesse incontrato suo fratello, ti avrebbe ceduta a lui e sarebbe stato completamente puro.»

«Sei non mi avrebbe mai ceduta a nessuno!»

«L’egoismo è una debolezza umana, Sei non l’aveva.»

«Perché cedermi a suo fratello? Che senso aveva?»

Sei si alza in piedi, interrompe il discorso. «Non ci hai ancora spiegato perché sei ancora qui, Shin.»

«La mia opera non è ancora finita. Dobbiamo impedire che il progetto Seimei si ripeta, la documentazione deve essere distrutta. Questa è una cosa che dovete fare voi due.»

«Entrare nel laboratorio centrale? E’ una follia!»

«È una cosa da fare.»

Sei e Haya si preparano, cercano in mezzo alle macerie tutto quanto può essere utile: armi, attrezzature elettroniche, qualsiasi cosa possa funzionare, o Sei possa aggiustare.

E’ ormai tardo pomeriggio quando partono per il centro.

Il tramonto si stende infuocato e sfuocato dietro la torre grigia del laboratorio, in mezzo alle costruzioni governative.

Oltrepassare la recinzione è facile, il pass di Haya è ancora attivo, nessuno sa ancora della morte del soldato Sei.

L’altro Sei saluta persino una delle guardie che Sei aveva conosciuto durante l’addestramento militare.

Per entrare nella torre c’è un codice che nessuno conosce.

Si avvicinano all’entrata mentre i soldati continuano a transitare per il cortile senza prestar loro attenzione, riconoscendo l’uniforme di Haya. Non notano neppure Shin, solo perché lui non vuole farsi notare.

Sei si avvicina alla tastiera, vi poggia sopra la mano.

La sua alterazione genetica ha procurato qualcosa in lui, qualcosa che manda in tilt le macchine, un’accentuazione dell’elettromagnetismo o chissà.

La serratura si sblocca con un bip.

Entrano e si trovano in un intreccio di corridoi e porte anonime.

«Come troviamo l’archivio?»

Sei si guarda attorno. «Io sono già stato qui, molto tempo fa, ma mio fratello c’è stato più recentemente.»

Prende la sua strada, come seguendo una visione, e si ritrovano davanti alla porta giusta.

Sei si appoggia contro la parete liscia e fredda. «L’altro Sei è stato qui, mio fratello… posso ancora sentire il suo odore nell’aria.»

Haya si appoggia accanto a lui. «Questo è il tuo odore.»

Sta arrivando qualcuno. Un sorvegliante?

I sensori devono aver avvertito la presenza di qualcuno in una zona non autorizzata.

Haya si sbriga a piazzare la bomba davanti alla porta. È una granata inesplosa a cui Sei ha applicato un timer.

«Abbiamo quattro minuti per lasciare l’edificio.»

Suona l’allarme, acuto, accusatore.

«Sbrighiamoci!»

Un soldato armato imbocca il corridoio, li vede. Spara.

Shin alza la mano verso di lui e l’uomo viene scaraventato contro la parete, perde i sensi.

«Da qui in poi vi aiuto io.» Dice Shin.

Haya si ritrova a terra, non sa come, ma qualcuno l’ha spinta giù.

Cerca di rialzarsi, sente la sua mano come bagnata e vede.

Sangue.

Lei non è ferita.

È il sangue di Sei.

Sei che le ha salvato la vita. È steso a terra accanto a lei, non c’è tempo di pensare, è ancora cosciente? Lo aiuta ad alzarsi e corrono dietro a Shin che sta facendo strada.

Corrono disperati, ansimando; Sei diventa sempre più pesante…

Attorno a loro si sentono spari e grida, una voce metallica sta ordinando di evacuare… E in un attimo sono fuori, alla cieca, distinguendo solo l’impermeabile nero di Shin; si infilano in un vicolo buio e stretto, mentre ormai calano le tenebre.

E d’improvviso l’esplosione devastante e fragorosa, come un lampo nel cielo oscuro, e una pioggia di fuoco, e detriti, e fumo, e polvere, e metallo, nel compiersi della distruzione definitiva.

E Haya è ormai al sicuro…

Sei ha perso i sensi e continua a sanguinare.

Haya non riesce a trovare la ferita, ha la vista appannata e non sa perché, non ha ancora capito che sono solo lacrime… Eccola finalmente, è stato colpito alla spalla sinistra, poco sopra il cuore… trova un pezzo di stoffa e inizia a tamponarla, poi guarda Shin, con odio. «Anche lui dovrà morire, è questo il suo destino?»

«Perché dici questo?»

«Lui è uguale a Sei, anche lui è perfetto.»

Shin ride. «Voi esseri umani avete una strana idea della perfezione. Lui è Sei, e allo stesso tempo non lo è.»

«Ma i suoi strani poteri? E il concetto di equilibrio?»

«Finché ci sarai tu con lui Haya, non ci sarà nessun rischio per l’equilibrio. E’ anche per questo che ho controllato che rimanessi viva. Lo farai per lui?»

Haya guarda Sei, poi Shin. «Lo farò, ora che ho capito da che parte stare.»

Shin si allontana e alza una mano, sembra un saluto, e poi scompare nella notte.

Sei inizia a svegliarsi.

No, non era un saluto, Shin ha fatto qualcosa per Sei, perché lui deve vivere ancora.

«Da qui in poi sai cosa fare, Haya.»

«Sì, lo so. Ricominciare da Zero

01/01/01 – 01.22

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