Qui torniamo in ambiente futuristico, fantascientifico – antropologico (ma esiste? XD)

Questo racconto ovviamente fa emergere il mio amore per i giapponesi *.* e tocca un tema alquanto delicato, quello della segregazione razziale e dell’ingegneria genetica (eh eh ogni tanto pure io parlo di cose serie e profonde u.u).

Ho presentato uno scenario leggermente inquietante di un mondo futuro che ha ceduto alla scienza dimenticandosi della sua umanità, la speranza di riscatto è un filo sottile legato alla semplicità dell’animo dei due protagonisti che sanno trovare il bello anche in un mondo malato e freddo.

Insomma spero di trasmettere qualcosa con questo racconto e spero di non offendere nessuno, se così fosse vi assicuro che non era mia intenzione, ho un approccio piuttosto distaccato e diciamo pragmatico rispetto a queste cose che può essere frainteso xD

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9/01/00

Hiroshi

Questa mattina ho quasi perso un braccio solo per vedere il cielo.

Tutta colpa di quei robot ricognitori: non solo sono sensibili ai rumori e al movimento, i nuovi modelli perfezionati registrano anche il calore corporeo, i battiti cardiaci, le frequenze respiratorie… presto saranno anche in grado di leggere il DNA a duecento metri di distanza?

Fatto sta che li hanno piazzati all’imbocco del tunnel e tutto attorno al perimetro: io volevo solo dare un’occhiata in alto e quell’ammasso di ferraglia mi ha sparato addosso.

Ho perso molto sangue, ma era solo un colpo di striscio e me la caverò con una bella cicatrice. Ma il messaggio è stato più che chiaro: nessuno esce dal ghetto, chiunque sia. Purtroppo non hanno ancora inventato dei robot che riconoscano le qualifiche professionali; anche se non è il mio campo, potrei sempre proporlo alla prossima conferenza dell’Unione, almeno gli scienziati potranno ossigenarsi meglio il cervello.

Hiroshi comunque si è arrabbiato molto e ha detto di non rifare più una sciocchezza del genere. Io non sono dove dovrei essere e se qualcuno mi trova, tutti quelli che mi hanno protetta passeranno dei guai grossi.

E non voglio neppure pensare cosa farebbero a Hiroshi se scoprissero…

Il problema è il colore della mia pelle.

Io sono bianca, pura razza bianca frutto di infinite ricerche genetiche e manipolazioni di DNA e naturalmente nata in una provetta, uno di quei fragili contenitori di vetro passata fra le mani di chissà quanti scienziati, identica a quelle che io ho maneggiato per tutta la mia vita (vita che ammonta a quasi ventidue anni). Secondo gli esperti io sarei uno dei tanti “perfetti” che hanno potere e importanza in questo mondo, nata da una brillante idea del primo Generale Supremo dell’Unione.

L’Unione è una specie di federazione costituita dagli Stati che sono rimasti interi dopo la guerra atomica, sì, perché gli altri sono stati letteralmente polverizzati.

Adesso c’è molto più mare attorno a noi, una sconfinata distesa di acqua morta; in compenso, non ci sono quasi più alberi e un numero incalcolabile di specie animali. Alcune razze sono sopravvissute, purtroppo la maggior parte è costituita da uomini.

Alla fine della guerra, tra le macerie, quando le lacrime si sono esaurite, è arrivata feroce la rabbia, come uno sciacallo, (uno dei pochi animali che si può ancora trovare da qualche parte) e nella disperazione si è cercato di attribuire colpe all’uno o all’altro Paese, all’una o all’altra razza.

I vincitori erano stati i bianchi, non si sa se perché avessero armi più potenti o solo per fortuna, e tra loro un militare, appoggiato dalle sue truppe, ha preso il comando nominandosi Generale Supremo, ha fondato l’Unione assoggettando i cittadini a una dittatura militare. Il suo punto di forza sono state le idee rivoluzionare tese a eliminare prima i soggetti scomodi e potenzialmente pericolosi, e poi le caratteristiche umane considerate nocive.

Questo è successo settant’anni fa.

Oggi quelle idee sono diventate la normalità.

Sono stati costruiti laboratori genetici sempre più sofisticati che si occupano di produrre individui “perfetti” in serie. Io ho lavorato lì da quando avevo quattordici anni e da allora i progressi sono stati sempre più veloci, troppo veloci. Si prevede, per la fine del millennio, di eliminare definitivamente ogni altra razza.

Sono stati presi alcuni geni dalla razza nera, altri da quella gialla e sono stati combinati con il DNA bianco. Semplice: si ottengono uomini belli, intelligenti e fisicamente forti. Non è come un sogno diventato realtà?

Peccato che ai superstiti delle altre razze non sia più permesso avere figli e che quelli oppostisi (ma anche quelli no) siano stati rinchiusi in questi enormi bunker che non sono altro che ghetti semi-sotterranei.

Hiroshi è giapponese.

Anche se il Giappone ora non esiste più, la sua famiglia è riuscita ad andare avanti fino ad oggi.

Ci è riuscita solo perché per molto tempo si è lavorato sulla purificazione delle razze, ossia controllare che le nascite avvenissero all’interno dello stesso ceppo per poter avere dei geni stabili su cui lavorare.

L’incontro tra razze diverse significherebbe inquinare il codice genetico e provocare gravi danni alla ricerca scientifica, perciò un reato del genere è punito con la morte. I colpevoli vengono bruciati vivi, proprio come si faceva millenni fa con gli eretici.

Con questo sistema alcune etnie si sono salvate, anche se relegate in zone sorvegliate e protette: i bianchi nordeuropei, i neri centroafricani, i papua oceanici, i cinesi, i giapponesi, e gli arabi solo a titolo di studio. È stato facile ricavare poi da ognuno le caratteristiche migliori da attribuire al nuovo genere umano.

Io sono nata e cresciuta in questa situazione e non avevo mai capito niente finché non ho conosciuto Hiroshi.

Sono specializzata nello studio delle etnie dell’estremo oriente (che adesso rientra tra le così dette “Nazioni morte”) e ne sono sempre stata affascinata, perciò, ero soddisfatta della professione che era stata scelta per me, ma è normale dal momento che è inserito nei miei geni!

Grazie alla mia posizione, lavoravo in uno dei più importanti laboratori dell’Unione, nella Nuova Europa (che poco conserva della vecchia) che ora è un’isola più decentrata verso est, ed è la stessa regione in cui risiede il Generale Supremo.

Hiroshi ha ventitré anni, era uno dei soggetti che stavamo studiando, la sua era una delle famiglie più controllate perché nel suo albero genealogico c’erano molti fisici, ingegneri elettronici e ricercatori e non erano riscontrate malattie o disfunzioni ereditarie, quindi il suo materiale sarebbe stato molto prezioso.

Un giorno, durante uno dei test, mentre eravamo soli in laboratorio, mi chiese se avessi visto il cielo.

Io scoppiai a ridere. Certo che l’avevo visto! Era tutto sopra di noi, dietro alle nubi tossiche, era sempre lì e sempre uguale; venendo al lavoro era inevitabile che lo vedessi e non riuscivo a capire che importanza potesse avere.

Hiroshi mi disse che non lo vedeva da quando aveva visto me l’ultima volta, perché dai ghetti non si poteva uscire e l’unico modo che aveva di vedere il cielo era durante il viaggio che lo portava da me.

Non riuscivo a rendermi conto del perché ci tenesse tanto a vedere quella cosa grigiastra tanto monotona, ma da quel giorno non ho fatto che ripensarci e ogni volta che da casa andavo al lavoro non potevo fare a meno di guardare in alto.

Era sempre così deprimente e pieno di nuvole velenose e avevo sempre creduto che fosse una fortuna non doverlo vedere ogni giorno.

Perché Hiroshi lo trovava tanto bello?

Un giorno mi decisi e glielo chiesi.

Lui mi rispose che lo faceva sentire un po’ più libero.

E di nuovo io non capii.

Io non capivo a cosa servisse la libertà, mi era sempre sembrato normale non averla: la libertà non era altro che il vagabondaggio di animali randagi che cercano cibo tra le macerie, l’avevo sempre collegata a quell’immagine.

Hiroshi mi raccontò che qualche volta, se guardi il cielo con attenzione, finché gli occhi non ti fanno male, riesci addirittura a vedere delle macchioline di azzurro e allora sembra quasi più profondo e più infinito ed è tanto bello perché fa anche un po’ paura.

L’unica cosa di cui avevo paura io, erano i cancri e le malattie incurabili, eppure non ci avevo mai trovato niente di bello.

Io vivevo in modo normale, schematico, facendo tutto quello che era previsto dal Codice. Anche nei ghetti era tutto programmato: le professioni erano decise in base alle caratteristiche genetiche, anche se le differenze fra i tipi di occupazione erano spesso marginali; essendo tutto automatizzato, i lavori fisici erano ridotti al minimo, quindi si considerava principalmente la propensione per l’uno o l’altro campo.

Nel ghetto di Hiroshi erano tutti giapponesi puri, c’erano alcuni scienziati e molti soggetti di studio, ma la maggioranza era addetta alla supervisione delle macchine: tutto il resto era fatto dai robot.

Nonostante i controlli fossero rigorosi, era concesso conservare alcune antiche tradizioni della loro popolazione al fine di valutarne l’impatto sullo sviluppo delle facoltà mentali: erano molte le attività fisiche e intellettuali approvate e regolamentate dall’Unione che favorivano l’attività celebrale.

Hiroshi avrebbe dovuto essere felice di vivere in quel sistema così efficiente, eppure non lo era.

Mi disse di aver avuto un amico, suo coetaneo, quando era bambino, sotto osservazione come lui, per una anomalia genetica il suo codice era risultato alterato e impuro, quindi era stato allontanato dagli altri insieme ai suoi genitori, catalogato come materiale scadente.

Quelli come lui erano messi a vivere nei ghetti misti dove convivevano gli appartenenti a razze non pure, sfuggite al controllo genetico, (scarti di laboratorio): non avevano una regolamentazione ed erano abbandonati a se stessi, nella speranza che si estinguessero da soli, controllandoli soltanto attraverso un censimento periodico.

Mi chiese se c’ero mai stata. Risposi che era materiale inservibile e sarebbe stata una perdita di tempo.

Lui mi guardò cono un briciolo di delusione in fondo agli occhi, disse che anche quei soggetti erano persone come noi, e gli sarebbe piaciuto andare a vivere lì dove la gente era un po’ più libera.

Hiroshi era un elemento troppo prezioso per la ricerca: la sua purezza era praticamente perfetta, risultato di anni e anni di sperimentazioni, e perdere uno come lui sarebbe stato un danno inestimabile.

Sembrava proprio che fossero stati eliminati tutti i caratteri recessivi dal suo DNA, grazie a lui si sarebbe potuto fare un enorme passo avanti per ricavare materiale stabile da impiegare nella produzione di nuovi soggetti “più che perfetti”.

Io non capivo la sua voglia di libertà e lui non capiva il mio entusiasmo nello studiarlo.

Allora lui mi fece una domanda che non dimenticherò mai: mi chiese se avremmo potuto guardare il cielo insieme.

Io rimasi disorientata: mi stava facendo la richiesta più semplice di questo mondo, era una cosa da niente, eppure io non potevo soddisfarla. Non ne avevo la facoltà.

Insomma, potevo avere tutto quello che mi serviva e forse anche di più, eppure non potevo portare Hiroshi fuori dal laboratorio, vederlo più felice: non ero autorizzata.

Per fare una cosa del genere avrei dovuto chiedere il permesso alle autorità superiori, e sapevo per certo che non me l’avrebbero mai concesso perché era una richiesta insensata.

Non potevo nonostante lo volessi.

Hiroshi si rese conto del mio smarrimento, si accorse che stavo cominciando a capire. Mi chiese se sapevo cosa succedeva quando dai censimenti nei ghetti misti si scopriva che dei figli erano nati senza autorizzazione.

Non lo sapevo, non l’avevo mai neppure considerato: perché qualcuno avrebbe dovuto dare alla luce degli impuri?

Lui disse che se venivano scoperti, sia i genitori che i figli venivano condannati a morte, e la loro unica colpa era stata amare.

Ma io sapevo cosa significasse amare? Era un’altra delle cose che non potevo conoscere.

Avevo una madre che non ho mai conosciuto, ma ho anche un padre a differenza di molti altri “perfetti” e ho sempre provato affetto per lui, naturalmente, ma un affetto distaccato e indifferente.

Io sono stata destinata alla scienza, so che il mio materiale genetico è prezioso forse più di quello di Hiroshi perché è dalla pura razza bianca che si ricaveranno i “più che perfetti”; perciò sarei dovuta restare per tutta la vita in laboratorio e forse i miei geni sarebbero stati usati per un embrione da impiantare in una delle donne meno pure di me destinate a portare avanti le gravidanze.

Ma che senso aveva questa ricerca frenetica?

Cosa avevamo di sbagliato io e Hiroshi perché in futuro non ci starebbe stato più nessuno simile a noi?

E perché non potevamo guardare insieme il cielo?

Più lo conoscevo e più mi rendevo conto che era una persona speciale.

Io e lui eravamo diversi, estremamente diversi ma per un unico semplice motivo: lui era vivo perché aveva dei desideri.

Io fino a poco tempo prima non sapevo neppure cosa significasse. Quello che stavano cercando di ottenere con quelle inutili ricerche era creare tanti individui tutti uguali, senza volontà, sempre più simili ai robot che avevano costruito, e anch’io ero così: un corpo completamente vuoto.

Finalmente avevo capito, mi era bastato guardare il cielo.

Poi, un giorno, Hiroshi mi chiese di scappare con lui.

Andare via, mollare tutto per cercare un luogo di cui ovunque nei ghetti si parlava: una terra al di fuori dei confini dell’Unione, al di là del mare, sfuggita al controllo razziale dove le persone erano davvero libere.

Per conoscere le coordinate, la posizione esatta, si sarebbe dovuti passare per uno dei ghetti misti di razza gialla della nostra regione, vicino alla costa, a due ore da dove ci trovavamo ora, lì qualcuno stava già organizzando un piano per la grande fuga.

Senza noi due, la ricerca genetica avrebbe senz’altro fatto un passo indietro di quindici anni, ma non era sufficiente, non potevo permettere che le cose continuassero ad andare avanti.

Allora presi la mia decisione.

Eravamo alle porte della conferenza scientifica semestrale e con il pretesto di dover ultimare la mia relazione, ottenni il permesso di trattenermi nel laboratorio con Hiroshi oltre l’orario normale.

Di notte la sorveglianza era dimezzata per via del coprifuoco, con la mia tessera magnetica potevo disattivare i robot ricognitori e uscire dall’area con uno dei mezzi di servizio.

Ma prima di ogni altra cosa distrussi tutto il mio archivio, il risultato di otto lunghi anni di studi.

Lasciare il laboratorio fu semplice, infondo i robot non erano che macchine impotenti. E un mezzo con il nome del laboratorio non destava sospetti.

Il viaggio fu lungo e silenzioso. Nessuno dei due riuscì a dire niente.

Abbandonammo il mezzo a tre o quattrocento metri dal bunker e proseguimmo a piedi attraverso l’arida campagna.

Tutto attorno a noi non c’era niente e nessuno, ma i ricognitori erano appostati attorno al bunker-ghetto.

Mentre eravamo ancora lontani, in mezzo al niente, Hiroshi mi fermò.

Adesso potevamo guardare insieme il cielo, anche se era buio e tutto nero, se non c’erano né luna né stelle, ma guardando con attenzione si riusciva a vedere qualche piccola macchiolina di blu.

E fu così, mentre stavo con lo sguardo perso verso l’alto che Hiroshi mi baciò per la prima volta, e fu allora che capii che stavo facendo la cosa giusta.

Il ghetto aveva un secondo accesso sul lato posteriore per l’espulsione dei rifiuti e degli scarti di lavorazione. C’era già qualcuno che ci aspettava lì per farci entrare.

I robot da quel lato erano solo due del vecchio modello che rilevava il movimento e i rumori, ma non erano dotati di visione notturna ed era troppo buio perché potessero vederci.

Potevano sentire i nostri passi, ma sarebbe bastato un rumore più forte da un’altra direzione per distoglierli da noi, ed era questo il compito dell’amico di Hiroshi: alle due in punto aprì il portello per espellere dei vecchi rottami e noi dovemmo correre il più in fretta possibile verso di lui.

Uno dei robot, però, rivelò ugualmente qualcosa di anomalo e cominciò a sparare. Un colpo di rimbalzo prese Hiroshi ad una gamba, ma solo di striscio, e noi ormai eravamo dentro.

Qui dentro la vita è dura, bisogna lavorare sodo per guadagnarsi da mangiare, i viveri arrivano una volta al mese dal governo centrale, ma non sono mai sufficienti, così hanno realizzato una sorta di rozzo sistema di coltivazione su terreno biologicamente modificato, i campi sono grandi e la terra difficile e hanno bisogno di molte cure, ci sono addirittura alcuni animali da latte e da carne che vivono qua sotto come tutti, senza sole; perciò gli impuri sono considerati incivili dalle altre razze.

Io sono felice di essere qui e ho scoperto delle cose che mi erano sconosciute: la solidarietà, l’amicizia e l’amore, e non è giusto che tutto questo finisca.

Qualche volta, durante la ronda, riusciamo persino a guardare il cielo, da una piccola apertura nascosta, e in quei momenti mi sembra davvero di essere un po’ più libera.

Hiroshi dice che gli piace l’espressione serena che ho quando guardo in su e mi promette che un giorno potremo guardare sempre verso l’infinito e cercare quelle macchioline di azzurro che lo fanno sembrare tanto bello perché fa anche un po’ paura.

Per il momento siamo al sicuro, ma i vigilanti saranno sulle nostre tracce e non potremo stare nascosti ancora per molto.

Tutti si stanno organizzando per mettere fuori uso i robot di guardia e per rimediare una nave che attraversi il mare, che ci porti via verso quella terra libera.

Io non so se esista o meno, ma credo che la cosa più importante sia la nostra volontà di trovarla che ci spingerà a combattere per difendere quello che desideriamo.

Ci vorranno tempo, armi e sangue, forse addirittura una nuova guerra, altro dolore e altre macerie e purtroppo altra rabbia.

Infondo penso che il nostro mondo non sappia vivere senza la guerra, ma chissà, magari un giorno arriverà davvero una pace autentica che abbatta i rancori e i pregiudizi, quella che da sempre stiamo aspettando, in cui tutti quanti credano nella vita. E sono tanti i focolai di rivolta all’interno dell’Unione, anche se tutto viene messo a tacere.

L’unico modo per ottenere davvero individui privi di cuore è costruire dei robot senza volontà propria, ed è di questo che il Generale Supremo dovrà rendersi conto.

Non riusciranno mai a creare una razza perfettamente pura perché il sangue si mischia di nuovo come ha sempre fatto e come continuerà a fare per il resto dei giorni: è un processo naturale che nessuno potrà mai cancellare. Perché in fondo, la vita è sempre la più forte.

Oggi ho detto a Hiroshi che sono incinta.

Non avrei mai creduto che potesse succedere, ma ormai non ho più dubbi.

Lui ne è incredibilmente felice, e mi ha guardato nello stesso modo in cui guarda il cielo.

Un giorno porterò mio figlio davanti al Generale Supremo, per mostrargli qual è l’aspetto di una persona libera.

E voglio che tutti sappiano che ho inquinato una razza pura.

Voglio che tutti sappiano che il sangue del Generale Supremo che scorre nelle mie vene è stato mischiato e corrotto.

Ma soprattutto voglio che tutti sappiano che io e Hiroshi siamo felici, perché in questo modo abbiamo vissuto davvero.

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3 Commenti a “[Racconto] Hiroshi”

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